Intervista a Pietro Geranzani

Pietro Geranzani

Dedito da sempre al disegno e alla pittura, dalle influenze neoespressioniste degli esordi negli anni Ottanta, oggi predilige una pittura simbolista che denuncia i terrorismi e le atrocità della guerra .

Abbiamo fatto qualche domanda per meglio comprendere i suoi perchè, quando e dove….

Come ti sei avvicinato alla pittura? 

Quando ero alle elementari in Svizzera, dove vivevo allora, c’era un altro bambino che era brillante e piaceva a tutti e disegnava benissimo. C’era la fila per farsi fare un disegno sul diario da lui. In tutte le classi c’è uno così. Lo ammiravo molto e pensavo di non essere un granché con le matite. La maestra poi, che era bella e giovane e io ne ero sicuramente innamorato, faceva con i gessetti colorati dei grandissimi disegni sulla lavagna. Era magico. Mio padre era un grande appassionato d’arte antica e in casa avevamo molti libri. Per spiegarci meglio le cose, a mio fratello e a me, faceva sempre degli schizzi con la sua inseparabile penna stilografica. Poi ci portava nei musei. Non mi piaceva sempre, ero piccolo, però col tempo, quella luce, quelle grandi sale piene di scene impressionanti, hanno cominciato ad affascinarmi. Quando sono arrivato in Italia e scarabocchiavo sul diario a lezione, gli altri della classe hanno visto i miei disegni e improvvisamente la fila per averne uno l’ho avuta anch’io. Il mio primo pensiero è stato che gli svizzeri erano molto più bravi a disegnare degli italiani visto che lì ero l’ultimo e qui ero diventato il primo. Comunque era stimolante e da nuovo arrivato mi sono sentito subito integrato. Da allora credo di non avere mai smesso, ma la pittura è arrivata col tempo. All’inizio volevo essere un illustratore. Mi piacevano le copertine dei libri di fantascienza e i poster del cinema. Al liceo mi sono poi reso conto che l’illustratore, per grande che sia, si deve attenere a ciò che gli viene commissionato. Alloro ho capito che mi sarebbe stato stretto e cominciato a dipingere davvero. Mi sentivo libero.

Quali sono i materiali principali che utilizzi per la realizzazione delle tue opere? Descrivici il tuo studio. 

Dipingo a olio sulla tela. Disegno, faccio degli acquerelli. Il mio studio, oggi che vivo a Milano, è nella mia casa. Ho una parte dove ho lo spazio per dipingere le grandi tele che sono abituato a dipingere e a fianco c’è il mio pianoforte. Qui ho tutte le mie cose, i miei libri e c’è tanta luce. Mi piace.

Come convivono in te l’essenza dell’Italia e quella dell’Inghilterra? Come questi territori hanno influenzato la tua arte? 

Sono nato a Londra e ho un passaporto britannico, ma sono anche cittadino italiano e tedesco. Mia mamma era tedesca e forse la cultura che mi ha influenzato maggiormente, oltre a quella dell’Italia, che è il paese dove ho vissuto più a lungo, è proprio quella tedesca. Ma come dico sempre, è l’Europa il mio paese. Parlo diverse lingue europee, dal tedesco all’inglese al francese, conosco bene la Germania e ho vissuto in Svizzera diversi anni. Non so se i territori influenzino l’arte. A me piace viaggiare e sono stato in diversi posti affascinanti del mondo. Ho raccolto tanto in termini di esperienza viaggiando e ho fatto dei film e ora anche dei quadri legati ai miei viaggi. Ci tengo molto, li chiamo non-fictional paintings, perché sono null’altro che ciò che ho visto, sono come delle fotografie di viaggio, ma sono dipinti. Sono momenti di forte adesione con le mie memorie, i colori, la gente che ha lasciato un’impronta indelebile nella mia coscienza. Sono più che fotografie. Sono me che partecipo alla vita del mondo, quando dipingo così sono di nuovo lì. Lasciando da parte simbolismi e metafore, ora mi sento libero, semplice osservatore del mondo. Ho capito finalmente cosa c’è di poetico e profondo nel dipingere un vaso di fiori o il volto di un amico. La vera differenza è nella pittura.

Chi sono i tuoi maestri? 

Ho avuto la fortuna di incontrare Gianfranco Bruno, che forse pochi ricordano, ma che è stato uno storico molto importante che ha curato tra le altre la bellissima mostra “La ricerca dell’identità” a Palazzo Reale qui a Milano nel 1974 e poi una retrospettiva di Edvard Munch e tanto altro ancora. Siamo diventati molto amici e mi ha insegnato davvero tanto. Ora purtroppo non c’è più.  Poi ci sono tutti quei pittori che guardo, gli scrittori che leggo, i musicisti che ascolto, gli amici, la gente che mi fa cambiare punto di vista sulle cose. Ma tutti abbiamo i nostri e se ci pensi bene ogni giorno l’elenco cambia e si aggiorna.

Nei tuoi quadri emerge l’inquietudine, la morte e l’oscurità, mi ricordano alcuni racconti di Edgar Allan Poe; quali sono le tue ispirazioni o muse? 

Poe? Sai che un po’ mi dispiace che i miei quadri vengano letti come macabri? Certo contengono degli elementi oscuri e notturni. Per anni ho fatto emergere le mie figure dal buio, ma il mio desiderio era farle vivere in quel territorio di mezza luce dove le cose sono un po’ meno nitide, dove il confine tra i territori che nella nostra mente identifichiamo con sicurezza diventa labile. Una volta ho dipinto un quadro che ho intitolato “potete vedere: quando l’acqua si è ritirata le cose per la maggior parte hanno perso la loro forma”. Ecco, questo titolo forse racconta bene le mie intenzioni. Ho dipinto terrorismo, sacrifici e abiezioni varie. Le ho indagate cercando di capire cosa cela il nostro animo inquieto di uomini. Non credo di aver capito molto. Hanno fatto forza su di me le immagini delle nature morte di braccia e gambe di Gericault, Grünewald, Scipione, Rembrandt, Bacon, Dix, Kollwitz, de Bruyckere, Bourgeois, Corinth, Mancini e tanti altri. Poi altri ancora e ancora. Non finisce mai. Oggi ci sono anche Renoir, van de Velde, Fischl, Borremans, Goya, Velazquez, Kienholtz, Ensor, ecco, così mi perdo… la storia della pittura è così ricca in tutti i paesi del mondo. E spesso la pittura, a tutte le latitudini, racconta il mostruoso e l’osceno nella dimensione del sacro. Poi ci sono tutte quelle cose che non sono pittura, vanno dal cinema di serie A, B, C, ai fumetti, agli ex voto nelle chiese, alla fotografia di reportage, alle espressioni folkloristiche di tutte le civiltà, da quelle dell’africa al carnevale svizzero, dai totem al teatro d’ombre. Se continuo mi devi dare anche il prossimo numero… Questo mi ha affascinato, magari solo per indagare me stesso. E io sono come tutti gli altri.

Hai delle letture o canzoni cui sei particolarmente affezionato e che ti aiutano nella realizzazione del tuo lavoro? 

Sì, penso di sì, ma di nuovo sono chiamato a fare un elenco.  Diciamo che mi piace la musica classica. Leggo varie cose.

Progetti presenti e futuri? 

A dicembre parteciperò con un paio di quadri a una mostra itinerante sul paesaggio in tre gallerie, una a Trento, una a Milano e una a Torino, e con questo ne avrò fino alla prossima primavera. Poi sto cercando di progettare qualcos’altro. Alla fine son contento che tu me lo chieda in questi giorni in cui sembra essersi fermato tutto e la parola progetti sembra essere stata cancellata dal dizionario. Mi dà l’illusione che le cose ancora funzionino. 

Qual è la tua personale riflessione sulla pittura e come la collochi come arte nel tempo presente? 

Io so dipingere, e lo dimostro agli occhi di tutti, ma dubito. Io fingo, io esisto, mi dico senza sosta. Fingo la carne. Quell’incarnato che nei secoli è diventato il fregio della competenza del pittore. Da un lato, come difficoltà, risponde a quanto di più “colto” possa esserci nell’esercizio della pittura; dall’altro, come follia, presenta il rischio che l’artista s’intestardisca nella vanità di mostrarsene esperto; che il suo occhio si guasti al punto di non sapersi più fermare alla superficie.

Questo equilibrio tiene tutti noi pittori sospesi di fronte all’abisso della follia di Frenhofer. Questo è dipingere: esercizio, nell’inseguimento della vita attraverso la pittura, nel tentativo d’emulazione del gesto divino, simulazione direi meglio, che alita la vita nella zolla inerme. È esercizio vano, nel senso che insegue una vanità, forse sterile, forse letale. Ma come tutte le droghe potenti, una volta assaggiata, urla il suo richiamo anche di fronte all’evidenza del fallimento. Per fortuna non è sempre solo gesto disperato, è anche riflessione, gioia, e poi lotta, una partita a scacchi con la possibilità di far scaturire qualcosa che sembri più vivo del vero. Mi fa sorridere quando di fronte a un paesaggio qualcuno dica: che bello, sembra dipinto, e di fronte a un dipinto: che bello sembra vero. È l’illusione, la convenzione del vedere che tiene tutto insieme. La pittura oggi è attuale come sempre. Altre forme di espressione che crediamo moderne cominciano a essere vecchiette pure loro, per esempio la fotografia è stata inventata nella prima metà dell’800 e se ci pensi esistono ritratti fotografici di gente che è nata nel ‘700, e ancora ci ostiniamo ad attribuire un qualche primato di modernità a un linguaggio piuttosto che a un altro. Il cinema ha cent’anni suonati, e più di cento ne ha anche il dadaismo. Linguaggi, strumenti, correnti si susseguono senza sosta. Dunque cosa dobbiamo pensare? Gli strumenti che usiamo sono semplicemente quelli che ci sono più adatti. Ciascuno sceglie il suo. E poi, se sento suonare un tamburo cosa devo pesare? Che siccome esiste dalla notte dei tempi chi lo sta suonando dev’essere una specie di uomo di Cro-Magnon? O forse è solo Salvatore Sciarrino che percuote zucche vuote.

Ci sono delle persone che senti di ringraziare?

Certo, lo faccio tutti i giorni in cuor mio, ma è privato.

Grazie per il tuo tempo

Paola Fiorido

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