Dario Scaramuzzino, l’anima dietro all’obbiettivo.

dario scaramuzzino
dario scaramuzzino

La sua storia è ricca di aneddoti, e colpi di scena, e proprio per questo abbiamo lasciato che Dario Scaramuzzino potesse raccontarsi attraverso questa intervista…

Il tuo primo contatto con la fotografia?
E’ stato con la fotografia analogica in bianco e nero, agli inizi più dentro una camera oscura che con la macchina al collo. Io sono sempre stato un amante dell’artigianato e tutto il processo fotografico in termini tecnici mi incuriosiva, c’è da dire che altre mille cose mi incuriosivano e mi incuriosiscono tuttora, ma quella in qualche modo è rimasta. In più quella manualità quel modo artigianale di fare fotografia, mi hanno formato dal punto di vista tecnico, per me che ho iniziato probabilmente nell’epoca della maturazione definitiva della fotografia digitale. Scattare senza l’ausilio di uno schermo, avere un numero di scatti predefinito e non poter fare ricorso facilmente alla post-produzione, ti rendono un fotografo più concentrato e pronto, questi sono anche i consigli che do agli studenti durante i corsi.

Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata da passione a professione?
In realtà non l’ho capito, ma ho fatto in modo che ciò succedesse, dopo aver sperimentato diversi generi fotografici ho capito che la fotografia in studio, era quello che faceva per me, ero attratto dalla possibilità di controllare la luce e di creare gli scatti senza attendere un determinato momento.

Definito cosa volevo fare intorno ai 24 anni, lascio il mio lavoro e l’università e mi dedico completamente alla fotografia, avendo avuto anche la fortuna di fare da assistente ad un grande fotografo da cui ho imparato tanto.

A quel punto la fotografia doveva diventare per forza di cose una professione per me, rinunciando al resto non avevo altro modo in cui vivere. Non è stato facile e forse non lo è tuttora, ma è una scelta che rifarei altre mille volte.

La tua prima opera?
Considero come mia prima opera, il primo lavoro posato, il mio primo set fatto con una modella in uno studio improvvisato e con una scenografia arrangiata, un lavoro abbastanza acerbo a vederlo oggi, ma sono molto legato a quel progetto, mi ha indicato la strada verso il tipo di percorso che volevo intraprendere, mi ha permesso di esprimermi come forse fino a quel momento non ero riuscito a fare.

Come scegli cosa ritrarre?
Le rare volte che scatto fuori da uno studio sono paesaggi e architettura ad attrarre il mio interesse, aspetto sempre che non sia presente nessuno nell’inquadratura prima di scattare, come a voler rendere quel momento privato. Mentre in sala posa, ovviamente escludendo i lavori su commissione, scelgo cosa ritrarre rispetto a quello che ho bisogno di esprimere, non cerco una platea di uditori spesso quello che ho da dire lo dico a me stesso, alcuni lavori non sono mai usciti dal mio hard disk. Devo ammettere che questo modo da un punto di vista professionale è controproducente ma ho anche capito che forzarmi verso qualcosa che non mi va di fare, rende tutto meno interessante.

Arte e fotografia quando si incontrano?
Quando nei modi e nei contenuti espressi non ci sono limiti o censure, quando non ci sono paletti su cui impostare lo scatto. Spesso questo avviene nei lavori commissionati, ma è anche normale la fotografia è un strumento a tutto tondo usato nei più disparati ambiti, può essere solo un mezzo artistico o solo un mezzo squisitamente tecnico, magari non tutti i tecnici sono artisti ma in relazione a questo mi piace molto citare una Fotografa che amo, Tina Modotti:

«Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.»

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?
L’acquisto della mia prima macchina fotografica, analogica. Ho sempre amato i mercatini delle pulci ed ho sempre amato trattare con i venditori. Un giorno in uno di questi mercatini vidi una macchina fotografica, un Olympus OM-20 ed iniziai una trattativa estenuante, non avendo fino a quel momento mai avuto a che fare con la fotografia portai la trattativa ad un prezzo ridicolo per il solo gusto di mercanteggiare, ebbene con mia sorpresa il venditore accettò la mia proposta e da quel momento dovetti capire come funziona una macchina fotografica e come poter fare una foto decente.

Quanto conta la comunicazione?
Tanto, davvero tanto e questo un po’ mi dispiace considerando il mio rapporto distaccato con i social, non sono mai stato un bravo venditore di me stesso, ho sempre preferito scattare e creare rapporti umani. Questo è un mio limite ma è anche il mio modo di essere.

Che differenza c’è, nella percezione dell’arte e della fotografia , tra Italia e estero?
Nella mia poca esperienza quello che ho notato è una fruibilità maggiore della fotografia e dell’arte in generale, per il grande pubblico. Le mostre, anche quelle nei circuiti meno sponsorizzati, sono maggiormente partecipate soprattutto nella composizione del pubblico, dove spesso non sono solo addetti ai lavori. Un altra differenza, senza generalizzare è che il circuito dell’arte italiano è troppo accademico, con questo non voglio dire che gli artisti italiani non innovino, anzi, ma spesso devono prima essere riconosciuti all’estero per tornare poi accolti da vincitori

Cosa ti aspetti da un gallerista?
Semplicemente, se semplice può mai essere, che traduca in parole quello che un artista esprime con le sue opere, che renda accessibili le opere a più persone possibile, stimolando in tal senso anche il mercato.

Per proporre arte e fotografia bisogna averle studiate?
Esistono rarissimi casi di talenti puri che hanno solo bisogno di esprimersi, per loro il mezzo e la tecnica quasi non contano. Per il tutto il resto dei comuni mortali, lo studio a mio parere è fondamentale, la tecnica da la possibilità alla creatività di venire fuori dalla testa dell’artista, di poter essere resa accessibile. Ho imparato la fotografia da autodidatta e con l’osservazione, ma assolutamente lo studio ha fatto, fa e farà parte della mia professionalità ed è una cosa che consiglio a chiunque., sempre.

Grazie Dario, per il tuo tempo

Alessio Musella

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