Ken-Ichi Murata a cura di Andrea Grieco

Ken-Ichi Murata
Ken-Ichi Murata

Una creatura emersa dalle coltri surrealiste del primo Novecento è l’impressione che si ha di Ken-Ichi Murata, fotografo pulsionale, foriero di una visionarietà pervasiva, di una perturbante eroticità declinata sovente in una sospensione esiziale e feticista.

Una pratica quella dell’artista giapponese raggiunta con mezzi e materiali che hanno la consistenza tattile dell’epidermide e la sostanza delle atmosfere oniriche.

Scatti che vengono meticolosamente costruiti, composti e finalizzati per lo sconfinamento dello sguardo, che varca la soglia dello spazio reale e approda nell’ambito della sensualità fantasmagorica, ponendo come fulcro della tensione libidica figure muliebri in agone con il loro universo recondito, fatto di oggettistica straniante e polisemica.

Ken-Ichi Murata
Ken-Ichi Murata

Le modelle di Ken-Ichi Murata si tramutano così, da silfidi dal volto sfingeo, in Princess of desire, per mutuare il titolo del volume più importante dell’autore da cui la foto che ritrae  la longilinea, efeba creatura che campeggia in un ambiente volutamente scenico, fittizio, in cui gli elementi dialogano mediante attitudine analogica: le traiettorie cieche di corde da bondage, la metalinguistica cornice vuota, l’orologio capovolto privo di lancette che batte un tempo evanescente, come impalpabili, fluidi e volatili sono i pigmenti da amplesso con cui la compagna del fotografo, come si trattasse di vecchi dagherrotipi, cartografa la sinuosità del piacere e la vibratilità di una natura di per sé insidiosa e seducente, vanno definendo un circoscritto universo palpitante di malizia, circonfuso di horror vacui e tenue ma disperato dolore.

Andrea Grieco

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