Quando un testo critico o curateliale viene ignorato o non condiviso dall’artista, entrano in gioco diversi fattori legati a dinamiche psicologiche e relazionali tipiche di questo settore.
Innanzitutto, si svalorizza il dono: ciò che arriva senza un corrispettivo economico diretto o che nasce da un rapporto di stima e amicizia viene a volte percepito, inconsciamente o meno, come un bene a costo zero e di conseguenza privo di valore reale.
A ciò si aggiunge la convinzione, spesso ingenua e a volte presuntuosa, che l’opera debba parlare da sola, vivendo la curatela come un elemento accessorio, un rumore di fondo o un’interpretazione che rischia di limitare la libertà di lettura del pubblico.
Non mancano poi casi di miopia comunicativa, in cui gli artisti si dimostrano incapaci di gestire la propria comunicazione digitale, non comprendendo che il testo critico non serve solo a celebrarli, ma è uno strumento fondamentale di legittimazione culturale per dare spessore al loro percorso agli occhi di galleristi, collezionisti e istituzioni.
Infine, in un sistema dove l’ego gioca un ruolo centrale, condividere un testo può significare ammettere che qualcun altro ha saputo raccontare o decodificare la propria poetica meglio di quanto si sarebbe capaci di fare a parole, generando resistenza o insicurezza.
Il testo critico resta prima di tutto un atto d’amore intellettuale e un investimento di tempo, e non valorizzarlo significa non solo mancare di rispetto al curatore, ma compiere un vero e proprio autogol professionale
Alessio Paolo Musella