Caro Banksy (o chiunque tu sia per l’anagrafe)
Ti scrivo mentre il mondo si affanna a misurarti il polso, a confrontare i tuoi tratti somatici con un vecchio verbale di polizia di Bristol. Dicono che ti chiami Robin. Dicono che hai un volto, un’età, una vita ordinaria fatta di documenti e scadenze.
Ma lasciatelo dire: che noia la verità.
Speravo che non finisse così. Speravo che quel gioco di prestigio durasse in eterno, che la tua identità rimanesse un vuoto a perdere dove ognuno di noi poteva proiettare i propri sogni di rivolta. Eri l’ultimo dei supereroi, l’unico rimasto a capire che il potere non sta nel farsi vedere, ma nel farsi sentire senza mai farsi toccare.
Oggi la cronaca ha vinto sulla poesia. Reuters ha srotolato i fili, ha incrociato i dati, ha trasformato il mito in un fascicolo giudiziario.
E mentre i collezionisti brindano all’idea che un nome certo renderà le loro tele ancora più “liquide” sul mercato, io sento l’odore della sconfitta.
Svelare il tuo volto è come accendere le luci in discoteca alle cinque del mattino: la magia svanisce, i trucchi si vedono troppo bene e la polvere prende il posto del glitter. Identificarti significa normalizzarti. Significa farti passare dalla strada all’anagrafe, dal “noi” all’ “io”.
L’ultimo graffio
Forse questo è il tuo ultimo, involontario pezzo di Street Art: dimostrare che il sistema non sopporta l’ignoto. Il mercato ha bisogno di etichette, la polizia di nomi, la gente di facce da odiare o da idolatrare.
Sei stato il miglior segreto del XXI secolo. Adesso che quel segreto è stato violato, resta solo da capire se le tue opere continueranno a urlare o se diventeranno solo arredamento di lusso firmato da un signore di mezza età nato a Bristol.
Addio al mito, benvenuto al signor Gunningham. Ma per quanto mi riguarda, continuerò a guardare i muri cercando il fantasma, non l’uomo.
SEI SCIVOLATO DALLE MANI DEL BAMBINO CHE E’ DENTRO DI NOI COME IL TUO PALLONCINO A CUORE..
Alessio Paolo Musella
