​L’Arte come Presenza: l’Essenza dei “Segni di Cura” di Giuseppina Irene Groccia al Duomo di Cosenza.

Giuseppina Irene Groccia
Giuseppina Irene Groccia

​A volte la cura prende la forma più semplice, quella di una presenza che sceglie di esserci.
​Alcune inaugurazioni superano la dimensione della semplice “mostra d’arte” per trasformarsi in condivisione e incontro.

“Segni di Cura”, personale dell’artista Giuseppina Irene Groccia, è un successo non solo di pubblico, ma di anime.

Il progetto, curato da Mariateresa Buccieri, è il frutto di una sinergia culturale che ha visto unire le forze di realtà come APS Agorà ETS, AlterEgo ASC e Think Tank Trust, animate rispettivamente dalla visione e dall’impegno di Evelina Cascardo, Francesca Lo Celso e Sergio Stumpo.
​La scelta della cattedrale cuore del centro storico di Cosenza, custode di secoli di memoria e spiritualità non è stata affatto casuale.

Accogliere la ricerca dell’artista in concomitanza con le celebrazioni per i 450 anni della Madonna del Pilerio significa inserire l’arte contemporanea in un flusso continuo di devozione, storia e bellezza diffusa.

La serata si è aperta con l’analisi della curatrice Mariateresa Buccieri, capace di tracciare con precisione e profonda empatia le linee poetiche e concettuali dell’artista, offrendo ai presenti la chiave di lettura perfetta per addentrarsi nelle dodici opere esposte.
​Il vero fulcro dell’inaugurazione è stato il format scelto: un dialogo fluido tra l’opera visiva e la parola poetica che ha letteralmente ipnotizzato il pubblico presente.

Sotto la regia del Professor Giuseppe De Rosis, che ha tessuto la trama filologica tra arte e versi, le voci dei lettori Placido Bonifacio, Rossella Scaramuzza, Maria Romeo, Francesca Cannavò, Maria Curatolo ed Ermelinda Pipieri hanno dato corpo ai testi, emozionando e toccando corde intime.

A miscelare questa contaminazione di linguaggi si è inserita la presenza dell’abito “Aura”, concepito dalla creativa Veronica Martino (in arte SoeVe) : un’opera nell’opera che ha introdotto una dimensione performativa capace di dialogare con le geometrie sacre dello spazio e con i temi della mostra.
​Perché l’arte non esiste nel vuoto cosmico, ma vive grazie alle relazioni umane.

Un plauso speciale va a figure del panorama culturale locale come il Professor Mimmo Legato e lo storico Stefano Vecchione, che da tempo seguono e sostengono l’evoluzione artistica di Giuseppina Irene Groccia, e alla stessa Buccieri per la gestione impeccabile di un progetto così intenso.

Un ringraziamento profondo va a Don Luca Perri, parroco del Duomo e Rettore della Cattedrale, che pur non potendo presenziare ha dimostrato una lungimiranza rara, permettendo che un luogo di fede diventasse, per giorni, anche un tempio di riflessione estetica contemporanea.
​Il testo critico firmato da Mariateresa Buccieri offre una lettura attenta e articolata, utile a comprendere più da vicino la poetica di un’artista che usa il segno per “curare” le ferite del tempo.

La mostra, visitabile fino al 5 giugno, rappresenta un’occasione imperdibile non solo per accostarsi al lavoro della Groccia, ma per riscoprire il Duomo di Cosenza sotto una luce nuova, intima e profondamente contemporanea.

Da non perdere.

TESTO CRITICO a cura di

Mariateresa Buccieri
Storico e critico D’arte

La Cura come Attraversamento nell’“Emotive Art” di Giuseppina Irene Groccia
La pittura è una poesia silenziosa.
Plutarco
Nella ricerca artistica di, in arte GiGro, la cura non si manifesta come semplice consolazione, ma come attraversamento emotivo e spirituale. La serie Emotive Art si sviluppa infatti come uno spazio liminale in cui immagine, memoria e sensibilità contemporanea convergono, dando forma a una riflessione intensa sull’identità e sulla fragilità dell’essere umano. Le opere dell’artista si muovono lungo il confine sottile tra linguaggio digitale e suggestione pittorica, generando una dimensione visiva stratificata, immersiva, quasi meditativa. Il volto umano emerge come epicentro di questa indagine: non un ritratto tradizionale, ma una soglia psicologica attraverso cui affiorano inquietudini, desideri, ferite e possibilità di rinascita. La frammentazione delle figure, le sovrapposizioni cromatiche e le dissolvenze formali non raccontano una perdita dell’identità, ma testimoniano la sua continua trasformazione. In questo percorso, la guarigione interiore coincide con l’accettazione della complessità umana. GiGro non ricerca un’armonia perfetta, ma quella verità emotiva che emerge proprio dalle crepe dell’esistenza. Le sue immagini sembrano suggerire che la vulnerabilità non sia una condizione da occultare, bensì una forza generativa, capace di trasformarsi in nuova consapevolezza e nuova bellezza. La componente cromatica assume un ruolo essenziale in questo processo. I colori vibrano, si accendono, si stratificano in campiture dense e simboliche che trasformano l’opera in un’esperienza percettiva ed emotiva. La luce non cancella l’ombra, ma la accoglie; il sacro convive con il quotidiano; l’estetica contemporanea dialoga con una dimensione quasi rituale dell’immagine. È proprio in questa tensione tra caos e trascendenza che l’artista costruisce il proprio linguaggio della cura. L’arte di GiGro diventa così luogo di rifugio e riconoscimento reciproco. Chi osserva non è chiamato soltanto a contemplare, ma a sostare emotivamente dentro l’opera, lasciandosi attraversare da essa. Le figure femminili, sospese tra forza e malinconia, custodiscono una memoria universale: quella di chi continua a ricomporsi nonostante le ferite, trasformando il dolore in possibilità espressiva. In Emotive Art, la cura dello spirito coincide allora con la capacità di abitare le proprie ombre senza smarrire la tensione verso la luce. Giuseppina Irene Groccia costruisce un linguaggio visivo che non offre risposte definitive, ma apre spazi di ascolto interiore, restituendo all’arte una funzione profondamente umana: accogliere, comprendere e trasformare l’esperienza emotiva in consapevolezza condivisa. In un tempo che consuma rapidamente emozioni e relazioni, l’arte di GiGro restituisce il valore del sentire, trasformando la fragilità in uno spazio possibile di luce.

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