Quando ho iniziato ad analizzare l’universo artistico di Valente Cancogni, mi sono reso conto fin dai primi istanti di non trovarmi di fronte a un semplice scultore o pittore toscano ancorato alla pur grandiosa tradizione della sua terra, ma a un catalizzatore di energie e suggestioni che hanno segnato le vette più alte del Novecento.
Nel mio lavoro di lettura critica della sua opera, ho voluto fortemente scardinare l’idea della sterile citazione per mettere in luce una sinergia profonda, quasi sotterranea eppure evidentissima, che lega Cancogni a due giganti assoluti dell’arte del XX secolo: Alberto Giacometti e Lucio Fontana.
Il mio sguardo si è posato inizialmente sulla materia e sulla carne o meglio, sull’assenza della stessa delle sue sculture, ed è stato inevitabile per me tracciare un filo rosso che conduce direttamente ad Alberto Giacometti.
Credo che Cancogni condivida con il maestro svizzero una medesima urgenza esistenziale, quel bisogno quasi ossessivo di spogliare la figura umana da ogni orpello, da ogni compiacimento estetico o accademico, per arrivare alla sua struttura ossea, spirituale, più intima.
Quando osservo le sue figure filiformi, così drammaticamente allungate, avverto la stessa identica tensione verticale, quel tentativo di resistere al peso del mondo elevandosi verso l’alto.
Ma ciò che più mi affascina e che ho voluto evidenziare nelle mie riflessioni è la texture della sua materia: superfici tormentate, rugose, solcate da ferite che sembrano catturare e frammentare la luce in un gioco continuo di ombre.



Non c’è pace in quella superficie; c’è invece il racconto della fragilità dell’essere, un’energia vitale e precaria che vibra con la stessa intensità delle creature giacomettiane, ma che Cancogni riveste di una propria, personalissima poetica creativa e di pensiero.
Spostando la mia attenzione sulla sua produzione pittorica e, in particolare, sui suoi lavori in ceramica, ho avvertito una forte sensazione che mi ha riportato direttamente a Lucio Fontana.
Quando parlo di Fontana parlo del maestro della sua straordinaria produzione ceramica astratta, informe, potentemente materica che il legame con Cancogni si fa intimo e rivelatore.
Nelle sue ceramiche, Fontana modella la terra con una foga dirompente, creando superfici grumose, crateri e smalti iridescenti dove la materia sembra essere colta nel momento stesso della sua genesi .
In questo percorso vedo Cancogni raccogliere quel testimone.
Nei suoi lavori in ceramica, l’artista toscano non cerca la forma definita o la gabbia figurativa, ma opera per estrusioni, impasti densi e fenditure.
In entrambi gli artisti la materia cessa di essere un limite statico e si trasforma in un portale dinamico.




Quell’astrazione così tattile e tormentata non chiude il senso dell’opera, ma lo spalanca: priva di appigli didascalici, la densità della terra e del colore lascia a chi osserva una totale, assoluta libertà di viaggiare.
Lo spettatore diventa un esploratore mentale, un viandante che si perde e si ritrova tra le pieghe, i vuoti e i rilievi della superficie, compiendo un viaggio immaginativo che non ha confini prestabiliti.
Nel comporre questo mio percorso critico, l’obiettivo non è mai stato quello di presentare Cancogni come un imitatore tardivo, bensì come un artista che ha saputo metabolizzare e interiorizzare i linguaggi delle avanguardie per fonderli con la sapienza artigiana e la manualità plastica tipiche delle sue origini toscane.






Considero la sua arte un punto di convergenza straordinario ed equilibrato: da un lato il silenzio solenne delle figure di Giacometti; dall’altro l’astrazione materica e la sconfinata libertà di viaggio interiore delle ceramiche di Fontana.
Valente Cancogni dimostra che il dialogo con i maestri non è un peso che schiaccia la creatività, ma una linfa vitale che, se compresa e rielaborata con autenticità, permette ancora oggi di dare forma e voce alle pieghe più profonde e inafferrabili dell’anima contemporanea.
Alessio Paolo Musella