Nelle sue mani la pietra vulcanica e l’ossidiana non sono inerti blocchi da decorare, ma carne viva, muscoli oscuri di una terra antica che pretendono rispetto.
È un corpo a corpo frontale, senza reti di sicurezza, senza bozzetti preparatori a diluire il rischio: il ferro affonda diretto nel minerale, accogliendo l’errore, la crepa, l’imprevisto come parti vive dell’opera.

Da una parte c’è la furia primordiale, la crosta ruvida e selvaggia del mondo; dall’altra, tagliata con una precisione chirurgica e implacabile, si apre la geometria, un labirinto di spazi negativi che squarcia il buio della pietra per trasformarlo in respiro e luce. Yázpik non cerca compromessi con la superficie, va dritto all’osso dell’esistenza, strappando al silenzio della materia una voce che scuote, interroga e lascia senza fiato.
Alessio Paolo Musella