Jorge Yazpik e la materia.

Nelle sue mani la pietra vulcanica e l’ossidiana non sono inerti blocchi da decorare, ma carne viva, muscoli oscuri di una terra antica che pretendono rispetto.

È un corpo a corpo frontale, senza reti di sicurezza, senza bozzetti preparatori a diluire il rischio: il ferro affonda diretto nel minerale, accogliendo l’errore, la crepa, l’imprevisto come parti vive dell’opera.

Da una parte c’è la furia primordiale, la crosta ruvida e selvaggia del mondo; dall’altra, tagliata con una precisione chirurgica e implacabile, si apre la geometria, un labirinto di spazi negativi che squarcia il buio della pietra per trasformarlo in respiro e luce. Yázpik non cerca compromessi con la superficie, va dritto all’osso dell’esistenza, strappando al silenzio della materia una voce che scuote, interroga e lascia senza fiato.

Alessio Paolo Musella

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Un testo curateliale o critico serve in primis agli Artisti…

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