Jago, fenomeno artistico o mediadico? Di Alessio Paolo Musella

Parliamo di Jago, al secolo Jacopo Cardillo.

E tocchiamo subito uno dei nervi più scoperti, discussi e sanguinanti dell’arte contemporanea: quel confine sottilissimo tra la maestria tecnica, la comunicazione di massa e l’innovazione concettuale vera.

Il punto di vista che emerge qui non fa sconti e intercetta una critica lucida, largamente condivisa da chi guarda all’arte senza farsi abbagliare dai numeri.
​Da una parte c’è lo stupore viscerale. Quell’iperrealismo marmoreo che ti inchioda davanti all’opera, figlio di un’abilità manuale spaventosa e di un rispetto quasi maniacale per la tradizione classica.

Ma è qui che si apre la voragine della critica: a questa perfezione formale corrisponde una reale rottura linguistica?

Una ricerca concettuale originale?

Troppo spesso ci troviamo di fronte a un’opera che meraviglia per il come è fatta, molto più che per il cosa riesce a esprimere.
​A questo si aggiunge il “fenomeno Jago”, che è prima di tutto un capolavoro di personal branding.

L’uso chirurgico dei social media, dei video virali e la spettacolarizzazione esasperata del processo creativo finiscono inevitabilmente per fagocitare il valore intrinseco dell’opera.

E basta con quei paragoni fuori asse con i giganti del passato come Bernini o Canova: quei maestri operavano in universi culturali e politici radicalmente altri, mentre Jago si muove in un solco che è già stato scavato e asfaltato da tempo.

Eppure, dall’altra parte della barricata, anche il critico più intransigente deve fare i conti con la realtà dei fatti e riconoscere i meriti oggettivi di questo percorso. Jago ha preso le accademie, ha scrollato via tonnellate di polvere e ha preso la scultu

ra di peso, trascinandola via dai circuiti elitari e autoreferenziali delle gallerie.

L’ha sbattuta in mezzo alla gente, nelle piazze, nel flusso del dibattito digitale, trasformando la fatica fisica, il sudore e la polvere di marmo in un grande evento esperienziale per il pubblico di oggi.
​Alla fine della fiera, il cortocircuito è tutto qui: un formidabile comunicatore prestato alla scultura o un artista capace di ridefinire il rapporto tra l’opera e il suo tempo?

La risposta, come spesso accade, si muove lungo questo confine instabile

Alessio Paolo Musella

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