Parliamo di Jago, al secolo Jacopo Cardillo.
E tocchiamo subito uno dei nervi più scoperti, discussi e sanguinanti dell’arte contemporanea: quel confine sottilissimo tra la maestria tecnica, la comunicazione di massa e l’innovazione concettuale vera.
Il punto di vista che emerge qui non fa sconti e intercetta una critica lucida, largamente condivisa da chi guarda all’arte senza farsi abbagliare dai numeri.
Da una parte c’è lo stupore viscerale. Quell’iperrealismo marmoreo che ti inchioda davanti all’opera, figlio di un’abilità manuale spaventosa e di un rispetto quasi maniacale per la tradizione classica.
Ma è qui che si apre la voragine della critica: a questa perfezione formale corrisponde una reale rottura linguistica?
Una ricerca concettuale originale?
Troppo spesso ci troviamo di fronte a un’opera che meraviglia per il come è fatta, molto più che per il cosa riesce a esprimere.
A questo si aggiunge il “fenomeno Jago”, che è prima di tutto un capolavoro di personal branding.
L’uso chirurgico dei social media, dei video virali e la spettacolarizzazione esasperata del processo creativo finiscono inevitabilmente per fagocitare il valore intrinseco dell’opera.
E basta con quei paragoni fuori asse con i giganti del passato come Bernini o Canova: quei maestri operavano in universi culturali e politici radicalmente altri, mentre Jago si muove in un solco che è già stato scavato e asfaltato da tempo.
Eppure, dall’altra parte della barricata, anche il critico più intransigente deve fare i conti con la realtà dei fatti e riconoscere i meriti oggettivi di questo percorso. Jago ha preso le accademie, ha scrollato via tonnellate di polvere e ha preso la scultu
ra di peso, trascinandola via dai circuiti elitari e autoreferenziali delle gallerie.
L’ha sbattuta in mezzo alla gente, nelle piazze, nel flusso del dibattito digitale, trasformando la fatica fisica, il sudore e la polvere di marmo in un grande evento esperienziale per il pubblico di oggi.
Alla fine della fiera, il cortocircuito è tutto qui: un formidabile comunicatore prestato alla scultura o un artista capace di ridefinire il rapporto tra l’opera e il suo tempo?
La risposta, come spesso accade, si muove lungo questo confine instabile
Alessio Paolo Musella