In un’Italia che custodisce il più grande patrimonio artistico al mondo, parlare di “stato dell’arte” significa guardare al passato con rispetto, ma anche al futuro con responsabilità. Ugo Cilento, non solo imprenditore di una storica Maison sartoriale fondata nel 1780, ma anche collezionista e mecenate, unisce la cura dell’eleganza maschile a un impegno concreto per la valorizzazione del patrimonio artistico.
Dottor Cilento, partiamo dalla domanda centrale: qual è, oggi, lo stato dell’arte italiana?
«L’Italia è un museo a cielo aperto, ma troppo spesso non ce ne rendiamo conto. Abbiamo un patrimonio che il mondo ci invidia, ma facciamo ancora fatica a inserirlo nella vita quotidiana delle persone. Conserviamo con cura — ed è giusto — ma dobbiamo anche avere il coraggio di far vivere l’arte, di portarla fuori dai musei, di farla dialogare con il presente.»

Lei lo fa attraverso un canale inaspettato: cravatte e foulard. Come si lega la moda sartoriale alla valorizzazione dell’arte?
«Una cravatta o un foulard possono diventare piccole tele di seta, capaci di raccontare una storia o richiamare un’opera. È un modo per non relegare la bellezza in una cornice o in una teca, ma per renderla parte dell’identità di chi la indossa.»
Collaborazioni con istituzioni come la Pinacoteca di Brera hanno reso questo approccio ancora più evidente. Come nasce un progetto così?
«Nasce dal desiderio di tradurre il linguaggio delle opere in quello dell’artigianato.
Con Brera, ad esempio, ma come con moltissime altre realtà italiane, abbiamo trasformato dettagli rappresentativi in ricami su seta per le cravatte e in stampe su seta per i foulard, facendo in modo che la storia della Pinacoteca uscisse dalle sale espositive per entrare nella vita quotidiana.»
Lei è un collezionista. Quanto incide la sua collezione privata nel suo lavoro e nella sua idea di “arte viva”?
«Molto. Un tessuto settecentesco può ispirare un’intera collezione, così come un oggetto raro e affascinante: nella mia collezione ho, ad esempio, un quadro con una cornucopia smaltata, che ricorda le antiche cineserie.
Anche un dettaglio come questo può diventare il punto di partenza per un’intera linea di creazioni. L’arte, per me, si nutre di suggestioni e contaminazioni.»

Molti pensano al mecenatismo come a una pratica del passato. Lei, invece, lo vive ogni giorno.
«Per me il mecenatismo è un dovere morale. Non è finanziare qualcosa e basta: è entrarci dentro, crederci, seguirlo fino alla fine. Se l’arte italiana oggi vuole essere competitiva, deve trovare anche nel privato un alleato forte. Le istituzioni fanno molto, ma senza il sostegno e la visione delle imprese culturali rischiamo di fermarci.»

Quali sono, secondo lei, le criticità maggiori dello stato dell’arte in Italia?
«La prima è la frammentazione: abbiamo tante eccellenze ma poca rete. La seconda è la mancanza di continuità nei progetti: si fanno iniziative straordinarie, ma spesso restano episodi isolati. Infine, manca una vera educazione alla bellezza fin dalla scuola: non basta portare i ragazzi al museo, bisogna insegnare loro a leggere un’opera, a sentirla propria.»
E i punti di forza?
«La nostra storia, la nostra tradizione artigianale, la capacità di creare bellezza da nulla. In questo siamo unici. E quando arte e artigianato si incontrano, nascono progetti che il mondo ci invidia.»
Se dovesse immaginare un “manifesto visivo” dello stato dell’arte italiana, come lo rappresenterebbe?
«Con un tessuto di seta in cui i colori e le forme dell’arte contemporanea si intrecciano con motivi classici.
Un equilibrio tra radici e innovazione. Perché questa, alla fine, è la sfida: restare fedeli a ciò che siamo, ma guardare sempre avanti.»