Il dualismo surrealista tra Angelo Accardi e Salvador Dali’.

L’incontro tra Angelo Accardi e Salvador Dalí non avviene sul piano del tempo, ma su quello dell’inconscio e della visione.

Accardi raccoglie il testimone del Surrealismo e lo trasforma in un linguaggio contemporaneo, dove l’irrazionale non è più solo un sogno, ma una realtà stratificata.

​Se Salvador Dalí ha insegnato al mondo che la realtà è malleabile come un orologio sciolto al sole, Angelo Accardi porta quella lezione nel cuore della metropoli contemporanea.

Le tele di Accardi non sono semplici superfici dipinte, ma agiscono come un diario di viaggio visionario, una cronaca di esplorazioni tra i territori del reale e quelli del possibile passando attraverso i sogni disegnando una dinensione parallella nella quale lo spettatore puo’ decidere se perdersi o rotrovarsi.

​Come nelle celebri sculture di Dalí, dove i cassetti si aprono nei corpi per rivelarne i segreti più intimi, le opere di Accardi aprono finestre e varchi sulla grande arte del Novecento.

Ogni sua tela è una stanza della memoria dove icone del passato da Picasso a Modigliani, da Magritte alla pop art convivono con creature fuori contesto, come i suoi iconici struzzi o rinoceronti che vagano in musei deserti o piazze silenziose che ricordano I vuoti di De Chirico.
​Questo accostamento non è casuale: Accardi utilizza il citazionismo come un codice universale per non dimenticare.

In un’epoca di consumo visivo frenetico e amnesia culturale, l’artista si fa custode della storia.

Ogni elemento inserito è un “cassetto” della mente che lo spettatore è invitato ad aprire per ritrovare le radici della propria cultura visiva.

​Le sue prospettive accelerate e i suoi interni metafisici richiamano il Surrealismo più puro, ma con una consapevolezza nuova: l’arte non è più solo una fuga dalla realtà, ma l’unico strumento rimasto per decifrarla.

Le tele di Accardi diventano così mappe di un tesoro perduto, frammenti di un mosaico che unisce il secolo breve alla velocità del presente, assicurando che la bellezza e il mito non vengano mai cancellati dal rumore bianco a tratti mediocre della modernità.

In Dalí il cassetto rappresenta l’inconscio; in Accardi rappresenta la memoria artistica del ‘900 che deve restare accessibile.

Le opere di Accardi sono “squarci” che permettono di vedere mondi diversi che collidono.
​Mi piace pensare che l’artista sia un nomade culturale che raccoglie icone e le salva dall’oblio.
Alessio Paolo Musella

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