Il Corpo fuori dalla cornice. Da De Dominicis a Corpo, Divino di Salvatore Iacono ( Gallerista).


La mia installazione nella mostra Corpo, Divino di Dom Barra rievoca, in chiave attuale e radicalmente personale, un gesto artistico che ha segnato una frattura nel linguaggio dell’arte contemporanea: la partecipazione di Gino De Dominicis alla XXXVI Biennale di Venezia del 1972.

All’epoca, la presenza controversa dell’uomo affetto da sindrome di Down, inserito come parte integrante dell’opera, fece scalpore e ancora oggi solleva interrogativi.

De Dominicis non offrì spiegazioni, lasciando che fosse lo spettatore a confrontarsi con il cortocircuito tra estetica, etica e tabù.
Allo stesso modo, Corpo, Divino si pone come dispositivo di collisione tra lo sguardo “socialmente accettabile” e la realtà del corpo fragile, fuori norma, nudo non solo fisicamente, ma anche simbolicamente. Giovanni Mattea, il protagonista della mia installazione, non è un soggetto da compatire, né un simbolo da sfruttare, ma un performer consapevole della propria presenza nel mondo.

Il corpo esposto — come quello evocato da De Dominicis — obbliga chi guarda a porsi una domanda: perché questa immagine disturba?
Oggi viviamo un’epoca ancora peggiore: ci sono i leoni da tastiera, armati della loro morale, pronti a giudicare ciò che non capiscono.

Dom Barra giustamente afferma che, se non si hanno gli strumenti per comprendere, bisognerebbe almeno avere la decenza di tacere.
Il mio intento, come quello dell’artista marchigiano, non è provocare per il gusto della rottura, ma ripristinare uno sguardo crudo e non filtrato sul concetto di sacralità, identità e marginalità.

Non c’è estetizzazione del disagio, ma liberazione del corpo da ogni narrazione preconfezionata.
Il vero scandalo, oggi come nel 1972, non è nell’opera, ma nello spettatore.

SALVATORE IACONO

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