ALBERTO ALIVERTI :LA RICERCA DELLA RELAZIONE SENTIMENTALE E DELL’INTIMITÀ NELL’ARTE DEL RITRATTO

Alberto Aliverti
Alberto Aliverti

La ricerca della relazione sentimentale e dell’intimità nell’arte del ritratto

Come carta assorbente, le fotografie di Alberto Aliverti, raccolgono e restituiscono sentimenti.

Rimandano a pensieri sparsi, definendo la rotta precisa di un progetto che vuole recuperare l’essenza e il valore delle immagini attraverso una ritrovata intimità, non solo della loro fruizione, ma capace di coinvolgere l’intero iter della produzione e dunque il mestiere del fotografo.

Ed è come ritrovarsi all’interno di vortice liquido. La quantità umana contenuta in queste opere ruota intorno a ritratti costruiti attraverso un lento e ricercato incontro.

Aliverti sembra aver preso una direzione precisa, continua e circolare e investe non solo i diretti interessati al processo creativo,ma anche gli spettatori. A questi ultimi, tuttavia, è concesso di assistere all’affascinante gioco dell’empatia solo nelle battute finali, quando il risultato visivo viene fissato indelebilmente su una lastra di vetro e non resta altro che immaginare le storie e le emozioni accadute dietro le immagini.

Oltre l’estetica formale, il significato di queste immagini risiede nel loro intrigante passato e in quel percorso che arriva fin qui, per svelarne alcune importanti tracce. Lungo questi segni e frammenti espressivi, che definiscono la grammatica interna delle immagini, cresce e si alimenta il senso di mistero che tiene alta l’attenzione su tutta la serie. Il riverbero delle emozioni e delle relazioni che danno vita al ritratto fotografico si esprime con tutta la sua forza e la sua bellezza.

Nello specifico mi riferisco al supporto rigido, alla cornice lucida e nera, allo strato visibile dell’emulsione fotosensibile e alle tonalità perlate dell’immagine. Vale a dire a tutti quegli elementi che ho potuto riconoscere solo quando mi sono concentrato su ogni singola fotografia e ho riconosciuto una particolarissima tecnica di ripresa e stampa, l’ambrotipia.

In quel preciso istante, l’attenta e ravvicinata analisi delle immagini mi ha portato a far coincidere il noto procedimento fotografico con il fulcro essenziale, estetico e tematico, intorno al quale ruota e si sviluppa la serie di Alberto Aliverti.

Qui la tecnica non è solo un espediente da gusto retrò ma una vera e propria scelta espressiva che riconduce alla ricerca della relazione sentimentale e dell’intimità nell’arte del ritratto.

L’occasione per portare a termine l’intuizione creativa dell’autore, dunque, sta proprio nella realizzazione dell’ambrotipo, una delle prime tecniche messe a punto nella prima metà dell’Ottocento come immagini uniche e irripetibili; allo stesso modo dei più antichi dagherrotipi, queste immagini erano positivi diretti, sviluppati direttamente sulla lastra fotosensibile senza il passaggio dal negativo. La differenza tra i due procedimenti era tutta nei materiali, l’ambrotipo consisteva non in una lastra di rame come il suo precursore, ma in una lastra di vetro al collodio umido, ugualmente emulsionata con sali d’argento. L’ambrotipia ha permesso una diffusione più popolare dell’immagine fotografica, grazie, soprattutto, ai costi di produzione più bassi (dovuti alla sostituzione della lastra di rame con la lastra di vetro) e a una progressiva maggiore sensibilità della lastra al collodio umido che, in cambio, esigeva uno sviluppo quasi istantaneo dell’immagine.

I primi ritratti della storia della fotografia risalgono proprio a questi procedimenti, il cui recupero, nell’opera di Alberto Aliverti, non è semplicemente rievocativo ma induce a un ragionamento ben più profondo sull’atto creativo, i suoi tempi e le sue reali intenzioni. A che scopo, dunque,

recuperare un procedimento fotografico storico per realizzare ritratti di soggetti contemporanei, del tutto estranei ai tempi di produzione di un ambrotipo? La risposta viene dall’autore stesso e cancella ogni dubbio sul significato di questo progetto fotografico:

Ho sempre sentito l’esigenza della fisicità, di artigianalità e della produzione di qualcosa di tangibile che rappresenti il tramite tra subconscio e razionalità. In questo bisogno ho trovato l’ispirazione per realizzare i miei ritratti, riuscendo a catalizzare tre fondamentali aspetti della mia ricerca: la produzione artigianale e gestuale, l’immediatezza condivisa con il soggetto dello sviluppo quasi in tempo reale consentono un coinvolgimento unico;

I tempi lunghi, sia di preparazione che di posa, e il processo liturgico dello scatto attraverso la macchina grande formato, impongono al soggetto un’analisi interiore che sarebbe diversa usando qualsiasi altro strumento; la contaminazione estetica che ottengo con la lastra umida fa perno sulla nostra sovrastruttura culturale, che rimanda al passato ma che proprio per questo cambia completamente di significato. In primo luogo scopriamo che la scelta della tecnica fotografica non è affatto casuale ma assolutamente funzionale all’espressività e al contenuto del progetto.

L’ambrotipia permette ad Alberto Aliverti di costruire con il soggetto un rapporto intimo e consapevole, in cui entrambi sono artefici della rappresentazione e profondamente consci della valenza simbolica. L’allestimento della scenografia, la preparazione della lastra, la sua lenta esposizione e il suo successivo e istantaneo sviluppo nello stesso luogo della ripresa sono le tappe fondamentali con cui la relazione emotiva tra il fotografo, la macchina (il tramite) e il soggetto si struttura e si rafforza. In pratica, ciò che il procedimento fotografico scandisce è l’autoanalisi della messa in scena, intesa come luogo e contesto di conoscenza reciproca. L’aspetto psicologico è di certo fondamentale in questo scambio di sguardi perché determina la dimensione autobiografica in cui l’anima si mette a nudo, spinta e rassicurata dalla completa fiducia nell’artista.

Per questo, e sulla suggestione di quella “liberazione speciale” di cui scrive il grande poeta Fernando Pessoa ne “Il libro dell’inquietudine, mi piace immaginare i ritratti di Alberto Aliverti come una serie di diari dell’anima, scritti dall’artista e dai suoi soggetti lungo il percorso di elaborazione del pensiero che è parte dell’opera stessa. Ciascun ritratto è un mondo a sé. Il racconto personale di una vita che si staglia sullo sfondo monocromo della fotografia, dove le pose, i volti e gli sguardi hanno il sapore sia del presente che del passato. In questa ibridazione delle fonti e dei contenuti, la ricerca dell’autore viene ancor più avvalorata nella misura in cui la tecnica storica diventa un metodo per comprendere il presente.

Ecco allora che i modi e i tempi dilatati dell’ambrotipia, assolutamente avulsi dall’attuale ed esasperata sovrapproduzione d’immagini, rafforzano il punto di vista dell’autore che legge e interpreta i cambiamenti culturali in atto, dentro e fuori il linguaggio della fotografia. Il mondo è cambiato e cambia oggi il senso di questo antico trattamento fotografico che si impregna di connotazioni più intime e irrazionali. nostri giorni, e conferma la serie dei suoi ritratti come l’espressione di una scelta compiuta, di tecnica e di contenuto, per arrivare al cuore delle persone e di una profonda intimità.

Denis Curti

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