DANIELE VANNINI E LA FOTOGRAFIA

Daniele Vannini

Ogni fotografo ha la sua storia  da raccontare, abbiamo intervistato Daniele Vannini , per meglio capire cosa si cela dietro ai suoi scatti …

Buona lettura 

Quando hai preso in mano la prima volta una macchina fotografica?

Non ricordo quando è stata la prima volta che una macchina fotografica mi è capitata tra le mani. A rigor di logica quando ero bambino, come sarà successo praticamente a tutti. Fai conto che l’interesse per la fotografia non mi è stato passato da qualche parente o amico, come invece spesso accade a chi poi decide di intraprendere questo percorso. Anzi, posso dirti che la fotografia non mi ha mai interessato fino a quando, di colpo, è entrata nella mia vita. Da zero a cento insomma.

 Quando hai deciso di voler fare entrare la fotografia nella tua vita?

È stato nell’estate del 2008.

Stavo passando un anno terribile perché avevo cominciato a soffrire di fortissimi attacchi di panico e di ansia, e questo mi impedì di andare in vacanza con i miei amici. Ho quindi “ripiegato” a fare le ferie in camper con la mia famiglia; avevano organizzato un giro nel sud Italia.

Un giorno ci siamo fermati in Calabria per una sosta. La strada era attaccata alla spiaggia, e ne abbiamo approfittato per farci un giro. La giornata era splendida, ma era impossibile fare il bagno; c’era un vento fortissimo che rendeva il mare burrascoso e avevano imposto il divieto di balneazione.

Allora ho cominciato ad osservarlo, il mare. Quelle onde potenti che si infrangevano sulla sabbia e sugli scogli, che esplodevano rumorose in nuvole di spuma bianca, e il soffio forte del vento che copriva qualsiasi altro suono. Ne fui catalizzato.

A quel punto feci ciò che oggi è diventato un gesto banale: presi il cellulare, e scattai una foto a quello spettacolo. E poi un’altra, cambiando posizione, e un’altra ancora. Quella “cosa” mi diede un senso di completezza e una calma che avevo perso da tempo, e che forse in realtà non avevo mai avuto. Sentii in maniera netta che avevo trovato il modo di canalizzare quello che stava succedendo nella mia vita. Tornai al camper con la decisione ferrea di diventare un fotografo, un reporter per la precisione, e che avrei raccontato storie attraverso le immagini. 

 Un aneddoto divertente che ricordi con piacere legato ad un tuo scatto?

Te ne racconto uno non divertente ma che ha cambiato radicalmente il mio modo di fotografare.

Era il 2012, l’anno della mia prima mostra fotografica. L’evento, organizzato da Around Gallery, era dedicato alla presentazione del progetto “Po River” di Massimo Di Nonno, un lavoro di documentazione della vita sulle rive del fiume Po, della sua importanza per l’economia e l’industria, ma anche di tutto quello che lo sfruttamento intensivo ha comportato nel corso degli ultimi quaranta e passa anni.

Io facevo da spalla con un mio progetto dedicato all’Idroscalo di Milano. S’intitolava “Il mare dei milanesi”, ed era sostanzialmente composto di scorci e paesaggi del posto.

Durante la serata arrivò Denis Curti.

Dire Denis Curti significa dire tante cose: Critico fotografico, direttore di Contrasto, Vicepresidente della Fondazione Forma, esperto di collezionismo fotografico, e via dicendo. Insomma, quello che si definisce un pezzo grosso dell’ambiente.

Venne nella stanza in cui erano esposte le mie fotografie. Le passò senza dire una parola. Allora io, emozionato ma anche intimidito, mi avvicinai a lui e gli chiesi “Cosa ne pensa?”. Lui mi rispose, semplice e diretto “Non ci sei in queste fotografie. Esteticamente piacevoli? Forse, ma comunque non ti vedo. Non c’è altro”. Non mi disse nulla di più, e se ne andò.

Chi ha orecchie per intendere intenda, e io intesi senza chiedere spiegazioni. Avevo ricevuto in pochi minuti un’enorme lezione di fotografia.

Se vuoi essere un autore devi buttare te stesso nelle tue immagini. Tu devi essere la tua fotografia. Fare una bella foto o più belle foto messe insieme è inutile, è inutile se non ti esponi in prima persona, se non rischi e se non sai davvero perché stai fotografando, e quei perché sono insiti nella tua persona più profonda. Devi trovarli, farli tuoi, e spogliarti di tutto il resto.

Da quella sera il mio approccio ha cominciato a cambiare. Mi sono guardato dentro, e ho capito di essere caduto nella trappola della ricerca del consenso. E questo significa fallire in partenza.

 Cosa vuoi trasmettere quando scatti?

Per me la fotografia è un ottimo pretesto per esplorare. Si potrebbe dire che il “soggetto” che prediligo sono le persone, con le loro storie e le loro attitudini, ma qualsiasi cosa può catturare il mio interesse. La mia fotografia è mossa da un malessere interiore al quale non posso voltare lo sguardo neanche volendo. Mi interessa il coraggio di vivere secondo la propria natura, di scavarsi a forza il proprio percorso tra la disapprovazione della società, del perbenismo e del buoncostume. Mi interessa lo strano, il diverso. Mi interessa la verità, il non raccontarsi favole ed essere quello che si è davvero. Fanculo se non piace insomma, è così e basta.

Detto questo cerco di mantenere uno stile diretto e il più possibile neutrale, se vogliamo. Scatto in bianco e nero con l’uso del flash per questo motivo. Non abbellisco ne imbruttisco nulla. Voglio restituire si un’immagine forte, ma dove la mia presenza sia minimizzata, così da permettere all’osservatore di farsi domande il più liberamente possibile. Con le mie foto io non dico tanto “Questo è il mio punto di vista” ma piuttosto “Queste cose esistono, che tu sia d’accordo oppure no. Sta a te aprirti o rimanere chiuso a riccio”. Certo, questo modo di lavorare crea inevitabilmente un’estetica e uno stile nei quali mi ci ritrovo, come è vero che non siamo mai neutrali nello scattare una fotografia. Ma le mie scelte estetiche sono al servizio dei miei tanti “perché” interiori, non il contrario.

Cosa è per te il ritratto?

Il ritratto è un’esperienza umana.

Per lavoro io scatto ritratti in studio, che a livello estetico sono molto diversi rispetto all’approccio di cui ho parlato sino ad ora. Tuttavia, dal punto di vista, diciamo, “concettuale”, la cosa non cambia, perché è sempre una connessione tra esseri umani.

Quando si scatta un ritratto, e anche quando ci si fa scattare un ritratto, bisogna buttarsi nelle mani dell’altro e averne fiducia, lasciar scorrere senza preconcetti quello che sta accadendo in quel momento, senza pensare ad altro. E ripeto, non vale solo per il soggetto del ritratto ma anche per il fotografo.

Se il soggetto non si fida l’immagine mostrerà questa sfiducia, e se il fotografo non riesce a sintonizzarsi con la persona da fotografare si vedrà allo stesso modo, se non peggio.

La qualità quindi secondo me più importante per un fotografo ritrattista è l’empatia, che nulla centra con il consenso. Bisogna riuscire ad entrare in connessione con l’altra persona, capirla, o almeno provarci, e tradurre tutto questo in immagine. E a volte capita che quella immagine non piaccia, che la persona ritratta abbia un’idea di se diversa da quella che hai visto tu. Ma se sei veramente convinto di quello che hai percepito, se sei anche stato in grado di mettere da parte il tuo ego per servire al meglio quella persona, allora lei stessa capirà cosa volevi trasmettere e si riconoscerà in quel ritratto, che non significa vendergli fumo ma significa mostrarla ai suoi stessi occhi come non si era mai vista.

Parafrasando Toni Thorimbert, il fotografo non è uno specchio ma un filtro, e tramite questo filtraggio restituisce un’identità alla persona che fotografa.

 Come nasce l’idea di Dysphoria?

Dysphoria nasce nel 2014 grazie ad un incontro fortunato. Era da un po’ che il tema dell’identità di genere mi interessava e desideravo approfondirlo, ma francamente non sapevo da dove partire per entrare in contatto con quella realtà e quelle persone.

Nell’estate di quell’anno mi sono ritrovato in Piazza Oberdan a Milano. Uscendo dalla metropolitana sono stato intercettato da un ragazzo che mi ha chiesto, letteralmente, “Vuoi leggere un libro umano?”. Si trattava della manifestazione “Biblioteca Vivente”, dove varie personalità che potremmo definire “borderline” davano la possibilità, a chiunque fosse interessato, di porre loro delle domande stampate su un foglio di carta. Io ho scelto di parlare con una transessuale, che poi ho scoperto essere Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Trans ALA Milano Onlus. Quell’incontro è stato un seme che qualche mese dopo è germogliato. Ho contattato Antonia attraverso Facebook, le ho esposto il progetto e lei mi ha dato una grossa mano nel cominciare a realizzarlo.

 Quale scatto senti più forte tra tutti e perché?

Difficile dirlo. Penso che il lavoro parli nella sua interezza, non nel singolo scatto. Ci sono però due foto alle quali sono maggiormente legato, quella dei seni in primo piano coperti dalle mani, e quella delle bambole.

Della prima guardo sempre il sorriso, anzi, la risata. C’è una forte autenticità in quell’immagine. Senza quel dettaglio la foto non sarebbe la stessa, e forse non funzionerebbe.

La seconda è per il suo simbolismo. La Barbie rappresenta un canone estetico molto conosciuto, e riconosciuto, nel mondo occidentale. La ragazza che le tiene in mano è un’appassionata collezionista di Barbie, ma io ci vedo anche una grossa fonte d’ispirazione personale. Non ha nessuna importanza che questa cosa possa essere considerata giusta o sbagliata. È cosi, fine, ed è un modo per capire la psiche di chi sta attraversando un percorso così complesso e delicato quale può essere, appunto, il cambio di sesso.

 Come si sono posti davanti all’obbiettivo le persone coinvolte?

In maniera meravigliosa.

Ho trovato delle persone molto intelligenti ed estremamente sensibili, aperte con chi si rendono conto non vuole denigrarle o mancar loro di rispetto, ma anzi desidera capire ed approfondire la conoscenza del loro mondo.

Tieni presente una cosa: spesso si fa la rima transessuale = perversione sessuale. Ma non è così, questo è un luogo comune dettato dall’ignoranza più totale. Le persone trans si guardano allo specchio e non si riconoscono. Il riflesso dice “maschio”, ma loro si sentono “femmina”, e viceversa. Una cosa allucinante. Per riuscire ad essere quello che sentono di essere si sottopongono a delle terapie ormonali che comportano dei grossi rischi per la salute, per non parlare degli interventi chirurgici. In tutto questo, il corpo viene bombardato, capovolto, e il desiderio sessuale, in genere, praticamente svanisce. Molti/e non fanno sesso per lunghi periodi perché non vogliono saperne, figuriamoci darsi alle perversioni sessuali.

Io stesso, nella mia ignoranza, confondevo i transessuali con i travestiti, che sono una realtà completamente diversa. È stato bello e illuminante capire quanto poco sapevo, e lo devo alla risposta e alla disponibilità che queste persone mi hanno dato a piene mani.

 Cosa vuoi comunicare con questo progetto?

Loro esistono, punto.

Possono non piacere, dare fastidio, o addirittura fare schifo, ma la vita e l’essere umano sono vari e complicati, ed è un dato di fatto che se ne frega dei gusti personali del singolo individuo.

Essere tolleranti significa accettare la diversità della vita. Perché la VITA STESSA E’ DIVERSITA’.

Ed è comunque un accettare qualcosa che, giustamente, non si può cambiare. Io semplicemente ti sbatto in faccia questa specifica verità. E tu puoi scegliere se lasciarti incuriosire, aprirti a quello che non conosci e arricchirti, o se voltare la testa dall’altra parte con disgusto, facendo finta la realtà del mondo in cui vivi sia un’altra.

Grazie per il tuo tempo Daniele

daniele vannini
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Alessio Musella

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