Quando guardiamo i canali ufficiali o ciò che riesce a passare attraverso le maglie della censura statale, l’impressione è proprio quella di un’arte “addomesticata” e priva di mordente.
Ma l’arte che racconta l’oppressione in Iran non è assente, è solo estremamente pericolosa da produrre.
Non è che l’arte non sia libera per scelta degli artisti, ma perché il prezzo della libertà, in quel contesto, è spesso il carcere o l’esilio.
In Iran esiste una distinzione netta tra arte pubblica (autorizzata dal Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico) e arte “underground”.
Molte artiste espongono in gallerie private, in case trasformate in atelier o condividono le loro opere sui social media usando VPN per aggirare i blocchi.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà” (scaturito dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022) ha generato un’esplosione di arte visuale, illustrazioni e performance che denunciano l’oppressione, spesso pubblicate in forma anonima per evitare ritorsioni.
Poiché all’interno dell’Iran il controllo è ferreo, gran parte dell’arte di denuncia viene creata da artisti iraniani in esilio.
Tutto ciò che viene esposto ufficialmente deve rispettare i criteri della Repubblica Islamica.
Creare arte di denuncia oggi in Iran può portare a accuse di “propaganda contro lo stato.
A volte l’informazione non arriva a noi perché i canali di comunicazione sono monitorati o oscurati.
L’arte libera e di denuncia esiste ed è più vibrante che mai, ma è un’arte che “scotta”.
Non la troverai nei musei di Teheran, ma sui muri delle strade (spesso cancellata dopo poche ore), nelle chat crittografate o nelle gallerie d’arte internazionali.
Artsiti di tutto il mondo state coraggiosi l’arte e’ anche testimone dei tempi..
Siate l’occhio della storia
Alessio Paolo Musella.