PIERO DELLA FRANCESCA E ANDY WHAROL “SANTA APOLLONIA”WARHOL TRADUCE IL PENSIERO DEL DOLORE, DELLA DIGNITÀ E DELLE SIGNIFICANZE DEI DENTI IN MANIERA POP… MA NON TROPPO!

PIERO DELLA FRANCESCA E ANDY WHAROL
PIERO DELLA FRANCESCA E ANDY WHAROL

Nel 1984, Andy Warhol decide di “attualizzare” Sant’ Apollonia, colpito dalla vicenda, che coinvolge la donna.

Piero della Francesca, o un aiuto di bottega, in un periodo databile tra il 1454 e il 1969, poetò la sofferenza di quest’ultima, amando, sull’obrizo di una lignea tavola, la pienezza di un’espressione solenne e ferma; ne preservò la dignità addentro un gesto, che la vede ammantarsi il grembo e conferì altresì fermezza all’atto, che la vivifica impugnare una ferreo strumento, in cui è avvinto un dente.

La legenda narra che Apollonia venne catturata e, a fronte della richiesta degli aguzzini di proferire frasi blasfeme, sottoposta a violenze fisiche, tra cui la rottura dei denti, minacciata inoltre di essere gettata dentro una pira bruciante, vi si buttò lei stessa, pur di non sottostare alle loro pretese.

Andy Warhol, nel 1984, riporta in vita questa forte narrazione, concretandola in soli 250 esemplari e 4 cromie peculiari. L’approccio dell’autore proviene da uno spiccato interesse per la fisiognomica e per l’impatto dell’immagine, sotto i più disparati risvolti, sul pubblico.

In questo caso specifico, le sfaccettature coinvolte riguardano il martirio e, di riflesso, l’ossessione per i denti, il morso, il sapore…

Da ciò si evince il lato analitico e profano del celebre artista.

L’immagine che propone, infatti, non involve né pathos corale né tantomeno sacralità.

Rispetto però ad altre opere, le scelte cromatiche sono, invero, meno “squillanti”… probabilmente proprio affinché lo spettatore possa concentrarsi sugli aspetti strettamente estetico/simbolici e i cauti “deliri” ad essi legati.

D’altra parte, l’interesse di Warhol per l’impatto della fisionomia umana viene sottolineato anche nella produzione cinematografica.

Nel 1963, dopo aver frequentato la cinémathèque di Jonas Mekas e il circuito del New American Cinema, decide di acquistare una cinepresa Bolex 16mm.

I film di Warhol di questo primo periodo si possono definire minimali: Sleep, Kiss, Eat…, tutti girati tra il 1963 e il 1965. Essi mostrano azioni ripetute, dilatate nel tempo, riprese con una camera fissa, slatentizzando l’attenzione posta da quest’ultimo su condizioni umane non interpretate in maniera canonica.

Un posto importante meritano anche i 500 rulli di Screen Test, ritratti filmati di personaggi in visita alla Factory, ripresi con un camera fissa per tre minuti su un fondo nero.

L’idea è quella di mostrare una visione di un individuo che, all’apparenza, può sembrare banale: lo sguardo fisso, senza un solo battito di ciglia, per quel lasso di tempo, cela invero la possibilità di un’esperienza conoscitiva intima, e di quest’ultimo e di de stessi.

Maria Marchese

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