INTERVISTA AD AGOSTINO CALIGIURI a cura di Maria Marchese e Alessio Musella

AGOSTINO CALIGIURI

Agostino Caligiuri, classe 1973, caratterialmente contraddistinto da un temperamento molto riservato e schivo , cerchiamo di conoscere meglio l’esteta ferrarese le cui opere sembrano prendere vita in un vibrante astrattismo in una sua personale terra di “sconfine”.

Il tuo primo contatto con l’arte?   

…Forse, quando sono nato!

Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata da passione a professione?

Non l’ho ancora capito, in effetti…

La tua prima opera?

All’asilo, quando disegnavo con i pennarelli.

Per fare arte, bisogna averla studiata?

Diciamo che aiuta; anzi è fondamentale studiare bene una tecnica per trasformarla in arte.

Come scegli cosa ritrarre?

Mi viene un’idea geometrica in mente, poi la trasferisco al computer in formato numerico.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

Mentre scrivevo codici di programmazione, mio padre, guardando al volo, pensava che stessi scrivendo una mail in inglese…

Se potessi incontrare un artista del passato, chi e cosa gli chiederesti?

Vorrei incontrare Van Gogh e chiedergli perché si considerava inferiore, quando era invece superiore a tutti gli altri.

Quanto conta la comunicazione?

La comunicazione conta molto, quasi quanto il contenuto; mi piacerebbe avere come alter ego “DIGITAL BOY”.

Che differenza c’è, nella percezione dell’arte, tra Italia ed Estero?

All’Estero l’Italia è vista come la patria dell’ arte e lo è!

In Italia la percezione è addormentata.

Cos’è per te l’arte?

Esprimersi, per creare qualcosa di bello, come può essere bello curare un giardino.

Però so che l’arte serve anche come catarsi per esorcizzare i drammi della vita.

Cosa ti aspetti da un Curatore?

Che curi la mia immagine e mi dica chiaramente dove sbaglio.

Cosa ti aspetti da un Gallerista?

Che riesca a vendere le opere!!

Le composizioni nascono dall’unione tra algoritmo e colore. Come si è evoluta la tua tecnica?

Esistono numerosi e potenti strumenti per il disegno, ma io mi sono ritrovato per caso ad utilizzare i comandi per il disegno direttamente dalla programmazione, essendo di fatto un programmatore; quando ho scoperto come colorare i pixel sullo schermo, tramite il linguaggio numerico e il tracciamento di linee, mi si è aperto un mondo!!

Le tue opere posseggono una forza cromatica notevole. Come scegli i connubi tonali?

Semplice: osservavo come i tasti centrali della tastiera corrispondessero a colori cupi e poco allettanti, una volta stampati; per cui ho iniziato a partire dallo 0 (ovvero colore nullo= nero) e sono salito fino al 253 (valore massimo per il bianco), passando attraverso tutte le sfumature possibili. Parto cioè da un’idea base rifinendola gradualmente.

Nelle tele, avvicendi situazioni segniche morbide ad altre, invece, contraddistinte da linee nette. Questa situazione è determinata da una condizione di tipo psicologico/anemico oppure nasce da un punto di vista puramente estetico/ sperimentale?

Essendo partito dalla sperimentazione, solo in un secondo momento ho capito che il fattore estetico era guidato dalla condizione psicologica, infatti, nelle mie opere c’è in fondo il desiderio, che le difficoltà sfumino come le dissolvenze del colore.

Fin dove ci si può spingere con l’arte digitale e dove vorresti arrivare?

Diciamo che, nelle grafiche, lavoro per ottenere fin da subito un effetto che ti colpisca , di grande impatto visivo, per cui amo i contrasti netti ( nero, bianco; rosso carico, giallo o viola). Usando gli algoritmi le possibilità pittoriche sono quasi infinite e proseguendo nella sperimentazione le idee nascono da sole…se c’è un minimo di predisposizione!

Grazie per il tempo che ci hai dedicato Agostino

Maria Marchese e Alessio Musella

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