Conosciamo meglio Agostino Caligiuri, a cura di Maria Marchese

Agostino Caligiuri

Agostino Caligiuri, classe 1973, già in tenerissima età mostra un’inusuale e precoce predisposizione nei confronti dell’arte.

Contraddistinto da un temperamento molto riservato e schematico, verso i 20 anni egli si dedica a studi informatici, approdando, in seguito, all’utilizzo dell’algoritmo e del numero come mezzi per dirimere la propria “irrequietezza”  personale e artistica.

L’artista accorda, poi, il pigmento cromatico alle immagini create accorpando i segni numerici; così, nel tempo, la ratio insita nel calcolo, che nel contesto delle prime opere si traduce in rigore e severità formale e tonale, digrada in un’intensa condizione astratta.

 L’esteta ferrarese indova l’armonia di questo vibrante astrattismo in una terra di “sconfine” , in cui equilibri apparentemente perduti e vincoli infranti sposano, tra loro, opposti e contraddizioni.

L’algoritmo ha la funzione di risolvere un problema: l’autore ferrarese riesce a sublimare il senso letterale di questo termine per addivenire ad un’eucrasia artistico/esistenziale, custode del disvelarsi di un processo di risoluzione e, nel contempo, di liberazione rispetto alla  sfera terrestre. L’assoluzione da quest’ultima lo vedrà quindi proficiente verso l’ineffabilità di un raffinato acume d’autore.

A chi attribuisce la paternità delle dissertazioni figurate digitali ad un meccanismo tecnologico, propongo questo quesito:

“Se sentissi qualcuno suonare il pianoforte, ti chiederesti mai se il piano è il vero artista?” .

Queste gemme digitali fanno di Agostino Caligiuri quel pianista: i brani realizzati a tastiera custodiscono una metamorfosi, che conduce dalla condizione fisico/mentale ad un divenire; quest’ultimo sorrade profondamente le corde dell’anima.

“Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’anima.

Il colore è il tasto. L’occhio il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare” .  (W. Kandinskij)

La cangiante evoluzione cromatica nelle tele, fondata su tonalità dicotomiche, sprigiona una malía che fa perdere di vista le perfette simmetrie formali, spesso costituite da decise interruzioni, per avvincere l’attenzione dell’osservatore in una dimensione dove è possibile percepire profondità e levità del reale fantastico.

Plausibili scenari esistenziali vengono, quindi, traslati dall’artista in una sfera contemplativa dal sapore moderno: egli sembra creare uno “stargate” dove luci e ombre, frattura e continuità, rigidità e morbidezza segnica… frangono la limitatezza di spazio e tempo.

Il vivo sortilegio cromatico ha, infatti, la forza di un logos riflessivo che, varcata la soglia artistica creata dall’autore, permette di accedere ad un’istantanea erratica, per immergersi così addentro un fluire pulsante di battiti tonali: in essa, il navalestro è il colore stesso, con le sue significanze.

“È coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica” . (F. Nietzsche)

Il giovane e enigmatico artista ferrarese sembra creare degli scelti inviti a quella folle danza: essa altro non è  che una liberazione del sé più intimo, trasposto sugli accordi musicali dello scorrere universale.

Maria Marchese

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