Bianca Beghin: le opere esposte ad Ascona raccontate da Maria Marchese.

Bianca Beghin
Bianca Beghin

Bianca Beghin nasce autodidatta, per poi perfezionarsi negli ultimi anni attraverso la frequentazione di laboratori d’arte.

Oggi porta avanti una sua ricerca personale che l’ha portata all’uso di tecniche diverse. La pittrice veneta, inizia la sua carriera artistica da giovanissima e la sua preparazione richiama una notevole disciplina.

Numerose sono le sue presenze nel Veneto e in altre regioni italiane. Le sue opere sono apprezzate anche in Germania, Austria e Stati Uniti.

Vive e lavora a Padova dove crea opere in cui l’acuta sensibilità per il colore dà luogo ad effetti visionari ed onirici.

Presso la sede della Fondazione Majid ad Ascona , Svizzera dal 4 al 30 Giugno 2022, è possibile visitare la collettiva “Reinassance” a cura della Fondazione Mazzoleni in cui si possono ammirare 3 delle sue opere.

Conosciamole meglio attraverso le parole della curatrice Maria Marchese.

Bianca Beghin: la ri-nascita parte dall’Abbandonarsi ai Fremiti di un amore, che è Dono di memoria.”

Tre sono le opere che Bianca Beghin, raffinata autrice veneta, espone nel contesto della collettiva “Renaissance” , inaugurata, il 4 giugno 2022, presso la sede della Fondazione Majid, ad Ascona: “Fremiti” , “Abbandonarsi” e “Dono di Memoria”

Il sintagma da me creato, giocosamente, nel titolo dell’articolo, coinvolge un dia-logos, la cui consequenzialità e, alfine, risoluzione accadono in uno spazio, laddove la Natura è genera mater, magistra nonché Musa. 

Bianca Beghin la adagia, da sempre, su un suolo, ove acqua e polvere “fanno all’amore “ , in maniera pura e primieva; preserva, indi, gli indomi e innocenti graffi di quell’incontro sul derma, suggellandone il legame sempiterno. 

Persuade, poi, naturali creature, ad adagiarsi su quella frugale pelle, che muta in essenziale e necessario giaciglio.

L’autrice, ivi, “declina” le forme, che si flettono, come entità umana, al verbo, custodito in queste parabole artistiche. Il lirismo, tra quiete e vivacità, rende pregne le presenze, sublimandone il lato emozionale; ciò accade in virtù della scelta acutezza, con cui Bianca Beghin crea e concerta, poi, ogni singola nota tonale.

Esse, alfine, hanno un’intensità tale da creare una laiason intima con l’osservatore, permettendogli, così, di compiere un viaggio riflessivo addentro se stesso. 

                     “Fremiti”

(120×100, tecnica mista, anno 2021) 

“Se non ci metti troppo, ti aspetterò tutta la vita.” 

Oscar Wilde

In questa tela, Bianca Beghin traduce, al pari dello scrittore, una dichiarazione d’amore plastica, immagine riflessa di sé stessa, allorché, erratica figura muliebre in uno specchio inconscio, respira, anelando l’amore.

I suoi aliti imporporano l’aria di rosei e vinosi versi, di lampi di luce, colti nel meriggio di un momento senza fermi riferimenti temporali e spaziali.

La loro forza è ora e per sempre, delicatezza e sconvolgimento… il divario tra questi opposti ha lo spessore dell’abisso e, come tale, contamina le lignee vesti, ricamandone la verità. 

“Abbandonarsi”

100×80 tecnica mista 2020

“Nella caduta ci sono già i germogli della risalita, fragili ma verdi.

Vanno coltivati con premura. “

           Carl Gustav Jung

Bianca Beghin sincronizza due momenti opposti e diacronici, indovando, come coronide, un verde e fruttifero seme: la speranza. 

L’autrice lo figge in seno a questo abbandono, in cui lei stessa è genesi di un’inevitabile caduta e altresì fiorisce il sostegno e la rinascita.

Lo sguardo dell’osservatore coglie, appieno, la consapevolezza e lo scivolìo ma, nel contempo, recepisce, come perle di un inespresso rosario, i salvifici atti di questa amorevole sequela.

“Abbandonarsi” è una vivida opera contemplativa, in cui le profondità meditative si fondono con l’immediatezza del pigmento acrilico, annichilendo ogni sovrastruttura, per arrivare dritto al cuore. 

           “Dono di memoria”

(100×80, tecnica mista, anno 2020) 

“Più di tutto mi ricordo il futuro.”

                   Salvador Dalì 

In questa asserzione, l’autore spagnolo afferma, assurdamente, il senso compiuto di una memoria lungimirante.

Allo stesso modo, Bianca Beghin sottolinea lo stesso credo, sostenendone la veridicità e infondendovi la fondatezza di un desìo. 

L’autrice coglie, da un pentagramma tonale terreo e classicheggiante, gli accordi per realizzare, alfine, un Cantico, che è inno assoluto all’importanza della pianta.

La diade individuo/albero è una condizione esistenziale coesa, celebrata, dall’autrice, come assolo.

Alligna, quindi, al profumo cromatico del fango e della storia, la divinazione di una futura realtà boschiva.

Il tronco simboleggia la solidità e Bianca Beghin raccoglie, nell’opera, come preziosi e delicati steli di un odoroso bouquet, un florilegio universale. 

Maria Marchese

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