Marina Abramović, attraversare i muri.

performer

Nella pratica della performance, impossibile non focalizzare la nostra attenzione su Martina Abramović, una tra le più importanti artista della nostra epoca, donna in grado di rendere fisicità del corpo e relativa presenza, una vera e propria forma d’arte.

Nata prematura in Serbia il 30 novembre 1946, il parto della madre fu difficoltoso. La placenta non uscì completamente, e quest’ultima andò in setticemia: rischiò di morire e rimase in ospedale per circa un anno, rendendola incapace di occuparsi della bimba.
Si racconta che da piccola rifiutò di camminare: di base la paura di passare ad altra abitazione, visti i continui spostamenti. Disorientato fu il suo stato d’animo.

Visse in un luogo cenerino, la Jugoslavia post-bellica comunista e cupa a partire dalla metà degli anni 70’. A capo della dittatura il maresciallo Tito.
Iscrittasi all’Accademia delle Belle Arti iniziò a dipingere. A commissionarle dipinti, i parenti, per la quale veniva pagata; nature morte, girasoli, tulipani, finestre aperte con tende che svolazzavano e chiari di luna, accompagnati dalla firma “Marina” in blu
Riguardando quei dipinti provò sempre un senso di morte, in quanto dipinse per soldi, senza sentimento.
In accademia seguì la tecnica tipicamente accademica: nature morte, ritratti e paesaggi, finché ebbe nuove idee: incidenti stradali, dai quali avvertì una forte attrazione. Ritagliò dai giornali immagini di scontri automobilistici e ferroviari.

A diciannove anni, realizzò un dipinto che per la nostra artista rappresentò un cavallo di battaglia.. Dal titolo “Tre segreti”, semplice, mostrò tre drappi: uno rosso, uno verde e uno bianco, i quali esposero tre oggetti. Non fu un’immagine facilmente interpretabile. Introduceva mistero e incertezza.
L’opera aprì una porta verso il proprio inconscio.

“Nella nostra società non devono esistere privilegi, la cultura deve essere separata dalla logica del profitto, e si devono creare le condizioni perché arte e cultura siano accessibili a tutti”.
Attivista politica occupò con un gruppo di alunni il campus dell’Accademia, le richieste furono: libertà di stampa e di espressione, innalzamento dei minimi salariali e una riforma del comunismo in senso maggiormente democratico.
Passiamo alle performance.
Da ricordare:

Rhythnm 10 del 1973
Risulta essere la sua rima performance, nel quale analizzò componenti di routine espressive.

Utilizzò dieci coltelli disposti in fila e due registratori: ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dite aperte della mano.
Ogni qual volta si tagliò, prese un nuovo coltello dalla fila e il tutto venne registrato.. Dopo essersi fatta tagliare venti volte, l’esecutore fece scorrere la registrazione, nel tentativo di ripetere gli stessi movimenti, replicare i medesimi errori, unendo passato e presente.
Il senso di tutto ciò, constò nello scandagliare limiti fisici e mentali.
Entrare nello stato dell’esecuzione, permise di incalzare il corpo a fare cose che non si farebbero in condizioni normali.

Rhythnm 0, 1974

Avvenuta nello studio Morra a Napoli, Marina si propose al pubblico collocando sul tavolo strumenti di “piacere e dolore”. Gli spettatori in quest’occasione per un lasso temporale di sei ore e con l’artista priva di volontà, poterono usare gli stessi attrezzi liberamente secondo la loro volontà.

I partecipanti inizialmente le ruotarono intorno secondo atteggiamenti intimi, fino a che, lo spettacolo prese una piega violenta e fuori controllo: i suoi vestiti furono tagliuzzati con lamette, lamette che vennero utilizzate anche per tagliarne pelle e berne il sangue. Ci si rese conto che la donna non avrebbe fatto niente per proteggersi, e si suppose la possibilità che potesse essere stuprata.
Il pubblico creò un gruppo di protezione nel momento in cui le venne posta in mano una pistola carica, e il suo dito si pose sul grilletto.
Con il porre il proprio corpo nello stato di essere leso, sfiorando addirittura la morte, Martina creò un’opera il cui scopo fu “Affrontare le sue paure in relazione al proprio corpo”.

Rhytmin 5, 1974
Cinque, come una stella a cinque punte. Due stelle con assi di legno posizionate una dietro l’altra.

L’artista cercò di riprodurre l’energia derivante dal dolore, per mezzo di una stella intrisa di petrolio, la quale si accese all’inizio della performance.
Fuori dalla Stella, Marina, iniziò a tagliarsi i capelli e le unghie di mani e piedi. Al termine gettò quanto tagliato nelle fiamme, ricreando un’esplosione di luce
Infiammare la stella, significò purificazione fisica e mentale, con riferimento all’appartenenza politica del suo passato.
La stella era simbolo di comunismo, la forza repressiva in cui crebbe e da cui tentò di fuggire.

Il pentacolo è emblema di sacro e misterioso, di antichi culti religiosi. Ci troviamo quindi di fronte a una potente incarnazione, attraverso cui cercò di capire il significato profondo di quanto la circondava.

Art must be beautiful, 1975
Marina si spazzolò i capelli per circa un’ora con una spazzola di metallo nella mano destra e in contemporanea si pettinò con la sinistra. Ripeté a se stessa: “L’arte deve essere bella, l’artista deve essere bello”, fino al punto in cui giunse a deturpare il volto e riuscì a farsi sanguinare la cute.

Freeing the body, 1976
Si avvolse la testa in una sciarpa nera, balla a ritmo sfrenato sulla musica di un tamburo africano, fino all’esaurimento energico. La performance durò otto ore.

Imponderabilia, 1977
In collaborazione con l’artista tedesco e suo compagno Ulay, Marina mostrò a Bologna presso la “Galleria d’arte Moderna” una performance particolare. La coppia si presentò a piedi nudi, ai lati di una stretta porta che permise l’entrata in Galleria.

Coloro che vollero passare, dovettero obbligatoriamente passare tra i loro corpi, decidendo se catalizzare (con estremo imbarazzo) la loro attenzione sul nudo maschile o femminile.

Balkan Baroque, 1997
Tenuta alla Biennale di Venezia, in questa performance, l’artista si pose su femori di bovini, li pulì in modo ossessivo per sei ore e quattro giorni. Atto di denuncia della guerra in Jugoslavia.

The Artist is present, 2010
Tenutasi al MoMa di New York, nell’ambito di uno spazio aperto con un tavolo al centro, e due sedie una innanzi all’altra , l’artista seduta guardò negli occhi i visitatori invitati a sedersi: 72 ore di performance.

Nel 2012 si esibisce a Milano presso il PAC di via Palestro: buio e luce, mancanza e partecipazione, sensazioni spazio tempo mutate. Si comprende in tal modo, l’ entrare nel mondo del silenzio, lontano da rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà.

Marina Abramović è considerata una personalità che osserva il rapporto tra l’artista e il pubblico, studia il contrasto tra i confini del corpo e le facoltà della mente.

“Avevo cercato di suscitare attenzione per il mio lavoro, ma gran parte di quello che ottenni a Belgrado era negativa. I giornali della mia città natale mi coprirono malignamente di ridicolo. Ciò che facevo, scrivevano, non aveva nulla a che fare con l’arte, Ero solo un’esibizionista e una masochista. Il mio posto era in un manicomio, sostenevano”. M.A.

Insomma, nel suo curriculum anche l’accusa di satanismo.

Mara Cozzoli

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