Intervista a Stefano Zattera a cura di Andrea Grieco.

Stefano Zattera
Stefano Zattera

Amazing è quello che verrebbe naturalmente da escalamare ogni volta di fronte all’iperbolica e cangiante produzione di Stafano Zattera.

E considerata anche la palese influenza che l’iconografia psicotronica ha esercitato sul suo immaginario, in un contesto come quello nostrano dimostratosi spesso diffidente se non refrattario a tali manifestazioni estetiche, Zattera ha davvero del prodigioso; se poi si tiene in considerazione che il suo percorso oltre che originalissimo sia riuscito a restare coerente con una certa Weltanschauung scomoda e urticante, antisistemica per principio, e al contempo svilupparsi e trasformarsi senza sosta, cimentandosi con moltiplici mezzi e linguaggi, allora può aversi un’idea della tellurica forza espressiva di quest’autore davvero unico nel panorama italiano.

Il primo aspetto che mi preme affrontare con te è quello inerente la portata, l’intensità d’interferenza che investono la cultura e l’arte pop rispetto al tuo lavoro.

Penso traspaia in maniera inequivocabile l’infiltrazione epidemica della cultura e dell’arte pop nel mio lavoro.

Le citazioni dai vari settori si sprecano, pubblicità, cinema, fumetto e letteratura di genere sono le fonti principali a cui attingo per creare mondi, immagini e testi. Credo che la cultura pop -ancor più della cultura “alta”, impegnata, di spessore- sia un chiaro specchio dei tempi.

Sfogliando una serie di pagine pubblicitarie anni 50 si ha uno spaccato sociale potente e immediate; famiglie felici e sorridenti davanti al nuovo frigorifero o televisore appaiono a fianco di promozioni dell’energia nucleare e dei test atomici. Il sogno americano conviveva serenamente con la minaccia della guerra fredda.

Film come L’invasione degli ultracorpi o La notte dei morti viventi, o il romanzo a fumetti Watchman, sono una satira sociale molto più efficace di tanti film impegnati o di opere letterarie dello stesso periodo.

La mia, ovviamente, è un’estremizzazione, una provocazione, non intendo certo sminuire il valore della cultura “alta”, dalla quale ho comunque attinto idee e sensazioni.

Bisogna riconoscere, però, che certa cultura, per quanto densa di significati, rimane all’interno di un circuito ristretto, è elitaria, non arriva alla massa.

Credo che con il linguaggio popolare si possano, potenzialmente, trasmettere messaggi interessanti al grande pubblico.

Si è assistito negli ultimi decenni all’affermazione in Italia di una vera considerazione, mai vista in precedenza, anche critica rispetto al mondo del fumetto, ambito che hai ampiamente frequentato e che, con lo straordinario volume Il buco noir, continua a vederti attivo. Come e quando comincia il tuo specifico rapporto con questo medium e in che misura si rapporta col la tua produzione strettamente pittorica?

Sì, il fumetto sta vivendo sicuramente una stagione florida e interessante.

Purtroppo i grossi editori danno spazio ad autori con grande seguito sui social o che affrontano tematiche di tendenza.

Si guarda insomma, come sempre alle vendite e, come sempre, il fumetto di ricerca, sperimentale o underground che dir si voglia, continua a essere relegato in ambiti ristretti e considerato solo da piccoli coraggiosi editori.

Come per tutti gli altri media con i quali mi esprimo il mio rapporto con il fumetto va a fasi alterne. Il mio rapporto inizia in gioventù,  anzi nell’infanzia.

Ero un lettore avido di fumetti e la passione mi ha portato a cominciare a copiarli e sviluppare la mia passione per il disegno.

Mi iscrissi al Liceo artistico con l’idea di fare il fumettista, ma poi la nuova passione per la storia dell’arte mi ha portato a indagare, anche più tardi in Accademia, varie forme di espressione, pittura, scultura, fotografia, cinema, scrittura, non mi sono fatto mancare niente.

Ero e sono tutt’ora afflitto da quella che chiamo irrequietezza creativa, che mi porta periodicamente a passare da un media all’altro.

Comunque iniziai ufficialmente con le autoproduzioni nei primi anni 90, cominciando parallelamente a pubblicare anche su periodici da edicola ed altri editori. Poi ebbi la “fase illustrazione” e in seguito quella pittorica; abbandonai il fumetto per molti anni per poi tornare a farlo regolarmente dal 2015. Il Buco Noir è senz’altro il picco della mia produzione a fumetti, sia come corposità che concettualmente.

Nasce proprio con l’intento di essere un’opera omnia che racchiudesse tutti i miei personaggi, ma che citasse anche i miei lavori di satira pubblicitaria, di illustrazione e di pittura. In definitiva tutti i miei lavori fatti con mezzi espressivi diversi rientrano sicuramente in un unico universo e attingono dal medesimo immaginario apocalittico/distopico.

Un tema di attuale interesse è quello del complottismo, da sempre caro ad una certa vena distopica che ha attraversato la letteratura e la “controcultura”; in periodo pandemico quest’attitudine, che da Orwell a Burroughs ha generato capolavori tanto intelligenti che inquietanti,  ha assunto dei risvolti a mio dire paradossali: non credo tu sia rimasto, è il caso di dirlo, immune a tali considerazioni.

Ti rispondo con un aforisma che ho pensato e postato su Facebook recentemente.

“Ho qualche dubbio sull’attendibilità delle teorie complottiste. Non ho nessun dubbio sull’inattendibilità delle versioni ufficiali”.

I governi, si sa, si esprimono solo in forma di propaganda, tutto quello che dichiarano è edulcorato e rielaborato in base alle loro esigenze elettorali o di consenso.

Per quanto assurda possa essere una teoria complottista ho meno difficoltà a credere a questa piuttosto che alle dichiarazioni dei governi e della stampa ufficiale che da sempre li supporta.

E’ facile denigrare e ridicolizzare una teoria complottista quando si ha il controllo totale dell’informazione e sopratutto della TV che è ancora il media principale che crea opinioni e sposta il consenso.

In quanto tendenzialmente anarchico, parto dal presupposto che non esistono governi buoni. Non esistono potenti in buona fede.

Nessuno, di nessuna fazione.

Basta guardare la storia recente anche solo italiana per rendersene conto.

Trame, intrighi, stragi, segreti, vengono puntualmente insabbiati, depistati e manipolati a livello mediatico, per poi riaffiorare dopo anni, solo per dare una parvenza di onestà al nuovo potente di turno, e non certo per punire chi ormai gode di pensione e immunità.

Chiunque metta in discussione l’operato dei potenti ha istintivamente la mia simpatia.

Poi, in realtà, sono, prima di tutto, uno scettico irremovibile per cui non credo né alle versioni ufficiali né ai complotti. Sono un San Tommaso.

Non credo a nessuno e a niente che non possa toccare con mano.

Nelle mie storie comunque, ci sono sempre dei complotti contro i potenti e spesso i ribelli vincono singole battaglie, ma non riescono mai a sconfiggere definitivamente il potere.

Come accade nella realtà, il potere alla fine non perde mai. Anche quando sembra sconfitto ritorna sempre sotto un’altra forma.

Non sempre si pone il giusto accento anche sulla tua produzione narrativa, che contempla oltre alla nuvole parlanti anche quella del racconto e che è stata alla base anche di una tua creatura editoriale,  Antropia. Cosa ti spinge a prediligere l’uno o l’altro mezzo espressivo e qual è l’idea che sostanzia la tua idea di stampa.

Come già detto sopra tutto è riconducibile alla mia irrequietezza creativa e comunque tutto il mio lavoro è legato da un filo conduttore.

Ho iniziato a scrivere riordinando alcuni soggetti che avevo buttato giù per storie a fumetti mai realizzate.

Sistemandole hanno cominciato a prendere forma di racconto finché la cosa mi ha preso la mano e mi sono appassionato, quindi, finito di sistemarli ho continuato a scrivere storie ex novo mettendo assieme due raccolte di racconti. Una sul genere pulp/gangster story e l’altra di fantascienza in senso molto lato.

Ovviamente, con la lungimiranza che mi contraddistingue, tutti temi non di tendenza e poco appetibili per l’editoria italiana.

Così, anche per la mia produzione di narrativa mi sono affidato all’autoproduzione fondando la micro casa editrice Antropia.

In seguito ho pubblicato anche su antologie curate da altri editori e un romanzo per Nerocromo edizioni.

Anche il romanzo è stata la realizzazione di una delle tante cose che avevo in programma di fare nel mio percorso di irrequieto creativo cronico.

E’ stato un lavoro veramente impegnativo -anche perché intrapreso in un momento di varie difficoltà esistenziali sovrapposte- ma è stato, forse, una delle imprese che mi ha appassionato di più.

Un altro aspetto che si rileva con evidenza è che negli ultimi anni ti sei espresso anche attraverso modalità ibride tra i vari generi, per esempio l’illustrazione e il fumetto come si evince nella rubrica Réclame sulle pagine della mitica testata Linus. Quanto queste scelte sono dettate dalla ricerca e dagli spazi su cui vieni ospitato?

Sì, torno inevitabilmente a ripetermi, mi piace cambiare media e mi piace mixarli, ibridarli appunto.

Nella pagina che realizzo ogni mese per Linus ci sono disegni, illustrazioni, fotomontaggi e testi mescolati a comporre una pagina di inserti promozionali di ipotetici prodotti di una società distopica, totalitaria e allucinata.

É satira pubblicitaria, come l’hanno definita in redazione.

Non è la prima volta che faccio questo tipo di operazioni.

La prima serie di pubblicità immaginarie risale ai primi anni 2000 ed è stata pubblicata su Black la rivista di Coconino. In seguito ne ho fatte parecchie per la fanzine Graffa, per Il Male di Vauro e Vincino e per la rivista Barricate.

Ho fatto il grafico per anni e questi lavori sono nati durante quella esperienza. Una sorta di valvola di sfogo dove prendere in giro il lavoro “serio”.

In realtà a Linus avevo proposto inizialmente delle strisce a fumetti, ma non ne erano molto convinti, quando ho proposto le “indicazioni all’acquisto conforme” hanno accettato subito con entusiasmo.

In effetti di strisce ne hanno già parecchie ma una pagina come la mia è una cosa diversa, una proposta in più per la rivista che nella sua ultima versione tende a proporre rubriche diverse oltre ai fumetti.

Ogni tanto, però, oltre alla pagina réclame, riesco a fare anche qualche ritratto del personaggio a cui è dedicato il numero.

A mio dire vi è anche un’ulteriore propensione che si è fatta sempre più largo nella tua produzione: quella ritrattistica. Quali sono i criteri con i quali decidi i soggetti da riprodurre e quali sono le scelte stilistiche con le quali vai a cogliere l’essenza delle personalità ritratte?

Ho sempre avuto la passione del ritratto. Già alle medie facevo le caricature dei professori. La caricatura è una sorta di esercizio propedeutico al ritratto. Impari a capire quali sono i tratti da evidenziare per rappresentare le caratteristiche, fisiche e psicologiche, del personaggio.

Quello che è interessante nel ritrarre qualcuno è, appunto, cercare non tanto la somiglianza estrema, fotografica, ma quella leggera accentuazione o deformazione di certi elementi che dicono qualcosa in più sulla persona.

Anche in questo settore spazio ad ampio raggio nelle tecniche di rappresentazione, a seconda di come mi prende al momento o delle esigenze del committente, se si tratta di una commissione. Matita, china, acquerello, olio e, ultimamente, pittura digitale.

Su quest’ultima tecnica sto intensificando la ricerca, in quanto è una pratica che mi dà buoni risultati pittorici risparmiando tutto il tempo che porta via la pittura tradizionale analogica.

Recentemente ho fatto due pagine, per La lettura, di omaggio allo scomparso Vitaliano Trevisan, che constano in una serie di ritratti in varie situazioni, accompagnate da testi, che danno uno spaccato delle sue varie attività in ambito creativo.

Qui ho approfondito in maniera estrema il ritratto mettendo assieme varie rappresentazioni della stessa persona anche con stili pittorici diversi, ma sempre in digitale, a seconda della situazione, per dare uno spaccato sfaccettato, simultaneo, in un certo senso “cubista” del personaggio.

Andrea Grieco

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