Roberta Dallara, dalle pareti alla tela.

Roberta Dallara
Roberta Dallara

Roberta Dallara ama da sempre le grandi superfici , e raccontare attraverso la sua arte.

Artista figurativa che ama guardare ciò che ha di fronte e scendere nel dettaglio.

Attraverso il reale attraverso le sue opere arriva ad una visione più profonda. 

Abbiamo preferito fosse lei a raccontarsi rispondendo alle nostre domande .

Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata da passione a professione?

All’Accademia, quando mi sono chiesta come far durare tutta la vita ciò che stavo realizzando e che mi faceva stare bene.

Ho deciso quindi di iscrivermi, contemporaneamente agli studi accademici, a un corso triennale di pittura e restauro parietale e ho iniziato a dipingere su parete i miei progetti facendolo diventare una professione.

La tua prima opera?

A 10 anni ho vinto un premio di disegno per bambini che includeva la partecipazione a una trasmissione televisiva dove, in diretta, ho realizzato un disegno che è stato messo all’asta per beneficenza e ha raccolto un bel gruzzoletto.

Certamente una bella soddisfazione.

Per fare arte bisogna averla studiata?

Penso che lo studio sia fondamentale e debba andare di pari passo con la crescita dell’attività artistica.

Lo studio è personale e ogni artista conosce i propri bisogni; è importante rimanere aggiornati.

Come scegli che cosa ritrarre?

Indubbiamente ci sono dei soggetti, o meglio, delle situazioni, che attraggono di più la mia attenzione e il mio interesse, ma molto dipende dal tipo di progetto che sto realizzando.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

E’un aneddoto che ho riportato anche nel libro che ho appena pubblicato “I Want you”,catalogo dedicato al mio progetto “Santi Pop”, dove racconto del “casting” per interpretare i santi che ho dipinto nella sacrestia della chiesa della Madonna della Neve a Cervia e per i quali ho usato gli operai del cantiere della chiesa: “ Un giorno il capo degli imbianchini, un omone alto, già di una certa età, arriva e mi dice tutto intimidito: “Ho saputo che tu fai tutti santi, non è che potresti mettermici anche a me lassù?”

Investita di una gloria che non mi appartiene, sono stati mesi di lavoro molto belli.

Se potessi incontrare un artista del passato, chi e cosa gli chiederesti

Innamorata di Caravaggio, gli chiederei cosa l’ha mosso a dipingere quella mela bacata; ma passerei molto volentieri anche un pomeriggio al Bateau Lavoir ad ascoltare ogni singolo discorso!

Se incontrassi te stesso a 18 anni cosa ti consiglieresti 

Di cominciare a fare da subito esperienze professionali all’estero e di non avere timore di mostrare il lavoro anche nelle intuizioni più acerbe.

Quanto conta la comunicazione

E’ fondamentale: se nessuno ti conosce, nessuno ti viene a cercare!

Che differenza c’è nella percezione dell’arte tra Italia ed estero?

Dipende dove, all’estero, comunque penso che in linea generale si consideri l’arte e soprattutto il fare arte con una serietà diversa, oserei dire con rispetto verso la  professione. In Italia ancora tanti, troppi, considerano il fare arte un non lavoro vero.

Così come ci si ostina a non considerare abbastanza la cultura come un indotto importantissimo per il nostro paese.

Cos’è per te l’arte?

Personalmente non potrei vivere senza progettare, senza creare, senza sporcarmi le mani di colore, senza far correre il pennello sulla tela.

Cosa ti aspetti da un curatore?

Un rapporto di dialogo e confronto mirato alla crescita professionale; la capacità di individuare quella nicchia di mercato favorevole alla mia ricerca artistica.

Cosa chiedi ad un gallerista?

Che mi rappresenti, che promuova il mio lavoro e che condivida quello che faccio anche in modo propositivo.

Credo molto nei rapporti di scambio fra professionisti.

Quanto contano per te la luce e il colore?

Nel mio lavoro “è la luce che vò cercando”; luce e colore SONO il mio lavoro.

Nella serie degli “Interni”, la luce è ciò che definisce tutta la ricerca.

Grazie per il tempo dedicato

Alessio Musella

Intervista in collaborazione con Figurabilia

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