Ian Art (Daniele Iannotti) quando le immagini diventano arte.

Daniele Iannotti
Daniele Iannotti

Fotografia e arte sempre più spesso si intrecciano dando sfogo ad una creatività in bilico tra la tradizione del pennello e l’innovazione dell’obbiettivo.

Conosciamo meglio Daniele Iannotti poliedrico nel suo approccio al mondo dell’arte a tutto tondo.

Il tuo primo contatto con l’arte?

Credo sia quasi impossibile determinare un momento, una data, una situazione. Almeno per me lo è. Penso sia un’indole naturale che ti fa creare. Poi nutrita, sviluppata, maturata nel tempo diventa via via più consapevole.

Tra l’altro io mi muovo in diverse discipline artistiche e creative, dall’aspetto visuale e figurativo – con vari mezzi e strumenti come fotografia, video, illustrazione,… – alla composizione musicale… alla scrittura… al design e creazione di prodotti… quindi impossibile, almeno per me, identificare un momento.

Di certo so che da bambino e adolescente mi annoiavano le favole e le storie per ragazzi e mi coinvolgevano molto di più i libri e le enciclopedie d’arte che erano in casa.

Non so se siano stati il primo contatto, anche perché mio padre collezionava quadri (di non certo grande valore, ma con un certo senso estetico) e amava fotografare, filmare in Super8 e ci portava in giro per città d’arte e musei…

Quindi un ambiente sicuramente non d’ostacolo allo sviluppo in una certa direzione.

Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata da passione a professione?

Anche qui è difficile cristallizzare un momento.

E in realtà l’arte, che svolgo in maniera professionale, è solo una parte delle mie attività professionali. Però qui posso dire che è avvenuto con il tempo, maturando e confrontandomi con l’esterno.

Avevo qualcosa da dire, sì, bene, ma interessava a qualcuno, a tal punto da emozionarlo, coinvolgerlo e fargli desiderare una mia opera?

Perché indipendentemente dal valore e qualità, che può essere presente sia in un caso che nell’altro, è questo il discrimen che differenzia l’appassionato amatoriale al professionista. Io so che in Italia è ancora quasi un tabù, un’eredità ottocentesca romantica e bohemienne, per un artista unire nella stessa frase arte e denaro.

Ma io pur essendo italianissimo, ho una formazione più anglosassone che non vede nessun contrasto, anzi il link è naturale ed essenziale (e qui vorrei far notare l’ipocrisia dell’atteggiamento nostrano) tra arte e mercato, seppur nella mia logica senza sottomissioni o compromessi.

D’altronde una professione si basa sul fatto che si venga, poco o tanto, remunerati per il proprio lavoro. Se no è hobby.

La tua prima opera?

Le prime opere sono tutti esperimenti giovanili, di disegno figurativo, prima molto classico poi di taglio espressionista, per poi approdare a un minimalismo che è una delle caratteristiche che più o meno è presente in ogni mia opera ed espressione artistica e creativa. In campo musicale sicuramente molto, in ambito visuale un po’ più sfumato, ma di certo la ritrosia verso il troppo, e una predilezione verso il meno e l’essenziale c’è.

Come scegli cosa ritrarre?

Qui lascio correre l’ispirazione. Totalmente. Ma avendo cura di aver preparato per lungo tempo basi e fondamenta, humus culturali da fonti più diverse. Conosco, viaggio, studio, raccolgo, accumulo e preparo terreni fertili su cui possano crescere e sviluppare creazioni anche per me talvolta inaspettate.

Ma mai improvvisate. Colgo l’attimo, l’ispirazione, ma mi sono preparato seriamente, duramente e a lungo per coglierlo. Dedico allo studio e alla mia crescita professionale, per imparare sempre qualcosa di nuovo inerente i miei settori di interesse, qualche ora tutti i giorni, da sempre.

Un’autoformazione continua. 

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

In campo artistico? Sicuramente la mia prima mostra in Giappone nel 2016, e qui ringrazio Alessandra Korfias che se ne è occupata con grande cura e impegno. Il sorriso è legato alla modalità di spedizione delle mie opere, che per motivi di tempi strettissimi non potevano passare per le consuete e rigide procedure doganali di export-import d’arte. Momenti di ansia e preoccupazione…. ma poi tutto bene.

Ma per evitarle qualunque tipo di problemi, specifico che ho fatto tutto io, Alessandra non c’entra con le spedizioni!!

Quanto conta la comunicazione nell’arte?

Essenziale. La comunicazione fa parte dell’essenza stessa dell’essere arte. Ogni opera è un modo per far uscire da se stessi emozioni, idee e prospettive – magari anche solo per se stessi! Anche a me accade, come so anche di altri artisti, che si crei qualcosa per il proprio esclusivo piacere o stare bene. Non serve, non interessa il parere o l’interazione con altri. Qualcosa, non tutto, non sempre, ovviamente. Ma anche in questo caso si comunica qualcosa, A se stessi.

Poi, come in ogni settore ormai, la comunicazione, intesa come promozione e marketing, è fondamentale.  Non voglio dire, perché non lo penso, che la comunicazione-promozione-marketing sia ormai tutto. E che decreti il successo di mediocri. Sì, certo, succede, per qualcuno, ma come in ogni settore.

Ma di certo un artista, anche di grande qualità, oggi senza almeno un po’ di comunicazione non va da nessuna parte.

Oggi con i social media si può partire anche a costo zero, poi, con il tempo e le risorse disponibili, si può fare di più e meglio,  appoggiandosi a professionisti, via via sempre più bravi e inevitabilmente sempre più costosi, ma se c’è il ritorno economico, va bene. Anche questo è ormai parte integrante dell’aspetto professionale di un artista.

Che differenza c’è, nella percezione dell’arte, tra Italia e estero?

L’estero non si può generalizzare. La percezione dell’arte è fortemente influenzata dalla cultura, dalla storia e dalle tradizioni di ogni area. Mentre alcuni aspetti dell’arte sono universali, l’interpretazione personale può variare in base al contesto culturale e sociale. Avendo viaggiato abbastanza in ogni continente ho idea di quello che dico.

Di sicuro una differenza tra Italia e paesi come USA e Gran Bretagna l’ho evidenziata prima, lì non si fanno alcun problema a considerare l’opera d’arte come un prodotto, senza svilirla o svalutarla in alcun modo.

Ha un valore economico? Si vende? Cosa c’è di male! E poi faccio un esempio in ambito fotografico, qui in Italia le immagini si prendono e si usano senza farsi alcuna remora per riconoscere e pagare i giusti diritti d’autore del fotografo. In quei paesi se lo fai ti prendono e ti condannano al volo al pagamento di migliaia di dollari di penale. E si vendono le fotografie.

Le persone, le famiglie, le acquistano.

A dirlo qui in Italia, ti prendono per pazzo. Se uno vuole appendersi una bella fotografia se la scarica gratis da internet e se la stampa. E’ illegale, la qualità spesso discutibile,, ma chissenefrega, è gratisss! Ovviamente il discorso è relativo all’ arte realizzata oggi. Però una nota sull’arte storica (es. Rinascimento) la voglio dire.

Noi italiani abbiamo la fortuna unica al mondo di essere nati nel bello, nel vivere e respirare la bellezza.

E lo diamo per scontato e pertanto non ce ne curiamo, la maltrattiamo, non la ricreiamo. Siamo lì, restiamo lì. Già tanto che non la distruggiamo o lasciamo andare in rovina.

Non bastano le code alle grandi mostre, puntassimo di più in Italia sull’arte e la cultura – tutta, di ogni natura e genere – sia come valorizzazione del nostro immenso patrimonio materiale e immateriale, che con nuove realizzazioni, creazioni e sviluppi, ne avremmo tutti, sia noi italiani che chiunque al mondo, grandi benefici.

Cosa ti aspetti da un gallerista?

Oggi in un mondo globale e digitale il ruolo del gallerista – che non è più in grado di investire su un gruppo di artisti come faceva una volta per essere poi ripagato dal successo di uno tra quelli – è spesso quello limitato di offrire uno spazio fisico dove mostrare le opere. In rari casi di gallerie importanti anche di dare reputazione all’artista e un network di potenziali acquirenti.

Ma ritengo che questa sia una fase di passaggio. Il prossimo step, che mi auguro, è quello di un ritorno a una maggiore integrazione tra gallerista e artista, anche se su basi di un lavoro di team, con l’aggiunta di altre professionalità del mondo d’oggi (social media, digital marketing, influencer, ecc.). Un gallerista deve essere una rampa di lancio, un agorà, un network, un collider di interazioni, non una semplice vetrina. 

Grazie Daniele per il tempo a noi dedicato e per la piacevole chiacchierata .

Alessio Musella

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