Alessandro Riva, non solo Critico d’Arte…

Alessandro Riva

Alessandro Riva classe 1964 Curatore, critico d’arte, scrittore e giornalista conosciamolo meglio lasciando a lui il compito di raccontarsi attraverso le risposte alle nostre domande: .

Il tuo primo contatto con l’arte?

Prima che con l’arte con la “a” maiuscola, ho amato moltissimo il fumetto, quindi direi che il mio vero primo incontro con l’arte sia stato la scoperta del fumetto, soprattutto quello francese (Moiebius e Metal Hurlant in testa) e quello italiano: il mio vero colpo di fulmine fu trovare in edicola, nell’autunno del 1980, “Frigidaire”: scoprire a 16 anni RanXerox, Andrea Pazienza con Le straordinarie avventure di Pentothal, Tamburini con Snake Agent, fu una vera e propria folgorazione.

Prima, naturalmente, c’erano stati anche Hugo Pratt con Corto Maltese e Crepax con le storie di Valentina, che divoravo ma soprattutto dei quali amavo spasmodicamente il tratto, e Tullio Pericoli con “Il Dottor Rigolo”, che alle medie copiavo con la china per imparare a disegnare…

Che formazione hai avuto?

Studi classici.

Amavo la cultura classica e la letteratura e amavo scrivere, e un po’ sognavo anche di fare lo scrittore. Nel frattempo, però, continuavo a disegnare, cominciando a realizzare le prime storie a fumetti.

Dall’amore per i due linguaggi, il disegno e la scrittura, probabilmente derivava la mia passione per il fumetto.

Da lì, come conseguenza naturale, per l’arte pop e new pop, giocosa, colorata, dissacrante, divertita, quella che, con amici e compagni di strada indimenticabili come Maurizio Sciaccaluga, avrei poi sostenuto con forza negli anni Novanta e nei primi Duemila, e che mescolava nel suo alveo il fumetto, la tv, l’immaginario cinematografico e fantascientifico, la cultura popolare e la cronaca nera.

Quella che in seguito sarebbe poi diventata mainstream, a dispetto della noiosissima arte concettuale e postconcettuale, con la puzza sotto il naso e fatta a uso e consumo degli addetti ai lavori, che dagli anni Settanta in avanti faceva il bello e il cattivo tempo nel sistema dell’arte italiano e internazionale.

Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata da passione a professione?

Quando ho iniziato a scrivere, un po’ per gioco, testi per amici artisti, con cui condividevo la passione per la pittura e per il disegno, non sapendo ancora se avrei io stesso fatto l’artista (nel frattempo ero passato dal fumetto alle incisioni e alle mie prime prove pittoriche), o il giornalista, o cos’altro.

All’inizio, poco più che ventenne, lavoravo per le riviste di moda occupandomi di arte, di fumetto, di editoria, ma anche di inchieste e di attualità.

Poi, nel 1995, entrai nella rivista “Arte”, e lì la passione diventò, in una manciata d’anni, vera e propria professione.

Come scegli i progetti o gli artisti da seguire?

Difficile dirlo: non scelgo propriamente né artisti né progetti… mi appassiono, amo, conosco, scopro, sperimento, cerco, vivo, parlo.

Dall’incrocio di queste attività nasce a volte il lavoro vero e proprio.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

Ormai già innamorato dell’arte, intorno ai vent’anni, quando dovetti fare il servizio militare, scelsi di optare per il servizio civile, e non mi accontentai di nessuna proposta, tra le diverse che mi furono offerte, finché non riuscii a farmi accettare come giovane fattorino e factotum, in servizio volontario e gratuito, al Pac.

Fu così che feci il mio ingresso nel museo che, più tardi, ospitò due mie mostre che fecero il pieno di visitatori e che, a modo loro, rimasero nell’immaginario dell’epoca (con numeri di visitatori che oggi quello stesso museo, che ospita per lo più mostre noioisissime fatte solo per gli addetti ai lavori, ancora si sogna): “Sui Generis”, nel 2000, e “Street Art Sweet Art”, nel 2006.

Se potessi incontrare un artista del passato, chi e cosa gli chiederesti?

Da amante della letteratura, e anche della fantascienza, mi ha sempre affascinato il viaggio nel tempo.

Così, mi è capitato spesso di pensare di poter incontrare gli artisti che hanno fatto la storia quando erano ancora giovani e sconosciuti.

Non saprei sceglierne uno, né avrei nulla da chiedergli: vorrei solo vivere la vita e la passione per l’arte con lui, o con lei, e gli altri suoi compagni di strada, partecipare alla costruzione di quella cosa straordinaria che è la vita di un artista, con le sue fatiche, le sue speranze, i suoi drammi, le sue aspirazioni che non sai mai se si avvereranno oppure no, se il mondo saprà accoglierle o no, se nella storia futura avranno o no un qualche valore… insomma né più né meno di quello che faccio e ho sempre fatto, ma in altre epoche e altre latitudini…

Quanto conta la comunicazione?

Moltissimo, indubbiamente, ma credo ancora che il lavoro intellettuale e il senso vero della ricerca rimangano tutt’ora la cosa più importante in qualsiasi campo, a cominciare da quello artistico.

Oggi consiglieresti l’acquisto di un emergente come investimento?

Sì, credo che intercettare i fenomeni e gli artisti allo stato nascente sia tutt’ora la sfida più interessante, e forse l’unica che valga davvero la pena di fare in questo strano universo.

Che differenza c’è, nella percezione dell’arte tra Italia e estero?

Oggi l’arte è un linguaggio globale, e con i social e la comunicazione via internet lo è ancora di più.

Quindi credo che non ci sia una grande differenza tra l’Italia e il resto del mondo in questo campo.

Tutto sta cambiando così rapidamente che noi stessi, e quello che diciamo ora, risulteranno forse obsoleti già domani mattina.

Credo che la stessa percezione di “arte” vada cambiando con la rapidità della luce, e che il mondo immutabile in cui credevamo di vivere fino a ieri, con i piccoli potentati del vecchio sistema dell’arte, le fiere gestite in maniera oligarchica e nepotistica, i direttori di musei già imbolsiti anche se anagraficamente ancora giovani, le vecchie manfrine e mafiette di galleristi che si spalleggiano l’un l’altro per spartirsi la torta di un collezionismo abituato a seguire le mode culturali e non a crearle, gli artisti noiosi e ammuffiti cresciuti nel linguaggio criptico e omologato del “contemporaneo avanzato”, i docenti universitari di arte contemporanea che insegnano agli studenti una storia omologata e appiattita sulle stesse tre mostre dei soliti tre mostri sacri della nostra storia recente – ebbene, tutto questo è già in via di estinzione, e prima ancora che potremo rendercene conto sarà acqua passata.

I più furbi si ricicleranno, altri spariranno, cambieranno mestiere, se saranno stati così bravi da aver fatto i soldi si ritireranno in qualche buen retiro in campagna. Io, che non ho posizioni di potere né poltrone da difendere, cercherò di continuare a fare quello che ho sempre fatto: guardare il presente, studiare, sperimentare, lavorare sulle situazioni; mi appassionerò, mi innamorerò come mi sono sempre appassionato e innamorato, insomma continuerò a fare il mio mestiere senza paracadute e senza protezioni, come ho sempre fatto dacché ho iniziato questo mestiere.

Cos’è per te l’arte?

Una tensione senza fine volta all’elaborazione di un’espressione formale che dica qualcosa di più di quello che già conosciamo.

Per proporre arte bisogna averla studiata?

Indubbiamente sì.

L’ingenuità, il pressapochismo, l’ignoranza sono il pericolo mortale di ogni disciplina, ma nell’arte contemporanea lo ancora sono ancora di più.

Cosa chiedi ad un Gallerista?

Di sostenere onestamente, con passione e rigore gli artisti in cui crede.

Cosa pensi dell’editoria di settore?

Oggi non esiste praticamente più per come la intendevamo un tempo.

Tutto cambia vorticosamente, i concetti stesso di editoria e di giornalismo sono in rapidissimo cambiamento.

A maggior ragione c’è spazio per nuove idee e nuove proposte, e non a caso negli ultimi 6 mesi la mia occupazione principale è stata contribuire alla ricostruzione e alla totale ridefinizione di una rivista con una lunga storia alle spalle, e spero un grande futuro di fronte a sé, la nuova “Arte In”.

Che differenza c’è tra curatore e critico d’arte?

Non credo nelle denominazioni e nelle differenze, non ho mai amato il termine curatore e neppure troppo quello di critico. Credo nel lavoro nell’arte, che oggi più che mai è fluido, e slitta a volte tra il progetto artistico, quello curatoriale, quello editoriale e quello di scrittura e di analisi.

Tutto fa parte dello stesso ambito, sta a ciascuno di noi interpretarlo di volta in volta in maniera creativa e il più seria e intelligente possibile.

Come diceva il buon vecchio Carlo Marx, da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Grazie per la tua disponibilità Alessandro.

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