Entrare nello studio di Angelo Accardi è sempre un’esperienza che destabilizza. È come scoperchiare un Vaso di Pandora della memoria collettiva, dove il tempo non è una linea retta, ma un vortice.
L’opera che ci troviamo di fronte in questa immagine è l’ennesima conferma di come Accardi non sia un semplice pittore, ma un metteur en scène della contemporaneità che dialoga ferocemente con la storia dell’arte.
Al centro della composizione, imponente e minacciosa, emerge la pittura vera e propria. Un grande quadro incorniciato, quasi una reliquia di un’epoca che credevamo perduta.
Qui, Accardi ci scaraventa dentro una battaglia barocca di rara intensità. Un groviglio di corpi, cavalli e spade, eseguito con una gestualità che ricorda i maestri come Leonardo (con il pensiero inevitabile alla ‘Battaglia di Anghiari’) o Rubens.
Ma è una pittura “sporca”, intrisa delle sgocciolature tipiche del maestro, dove i colori scuri e i neri dominano, e le figure sembrano fondersi e dissolversi l’una nell’altra. È la furia primitiva dell’uomo, l’eterna lotta che si consuma nel buio.
E poi, lo schiaffo. Il ‘misplaced’ che è la firma di Accardi.
Al di fuori della cornice, sulla porzione inferiore della tela, l’asfalto virtuale della contemporaneità prende vita.
L’artista fa irrompere con prepotenza una monoposto di Formula 1, la Ferrari 16.
È la velocità allo stato puro. La tecnologia più avanzata.
La precisione millimetrica. L’oggetto del desiderio e della passione, carico dei suoi sponsor iconici V-Power, UniCredit, HP, CEVA, Peroni, Shell, Richard Mille.

Questo bolide non sta solo sfrecciando; è un’icona dislocata, un corpo estraneo che sfida il concetto di staticità stessa della pittura.
Ma il tocco di genio, quello che trasforma un’opera potente in un’opera geniale, è la figura del pilota. Piccolo, ieratico, quasi contemplativo, il pilota (chiaro riferimento a Charles Leclerc) siede a gambe incrociate proprio sopra la ruota anteriore della sua stessa vettura. Non è nell’abitacolo, impegnato nella lotta. È un osservatore silenzioso, che medita sulla folle velocità che lo circonda, trovando un momento di quiete surrealista sul bordo del caos meccanico. È l’individuo che si ferma a contemplare la sua stessa “macchina del tempo” interiore.
Il tutto è incorniciato da un fondo scuro, tattile, che sembra una lavagna o un muro urbano. Scritte in gesso, indecifrabili ma cariche di significato perduto, punteggiano lo spazio, quasi a voler decodificare il paradosso visivo sottostante. Macchie e schizzi d’oro e di vernice si estendono oltre i bordi, cancellando il confine tra il quadro nel quadro e l’opera stessa.
Accardi non ci dà risposte facili. Con questa opera, ci interroga. Ci chiede: cos’è la storia? La lotta disperata e sanguinosa del passato? O la velocità controllata, la precisione sterile, l’iconolatria del presente? E dove si colloca l’uomo in questo scontro tra epoche? Forse, come il pilota silenzioso, la nostra unica salvezza è trovare un istante di pausa meditativa sopra la ruota impazzita del tempo, osservando la furia che ci ha preceduto mentre siamo seduti sulla velocità che ci definisce.
Accardi ci offre uno specchio rotto, e ogni frammento riflette una verità scomoda e bellissima. È un’opera che non si limita a farsi guardare; ti aggredisce, ti sussurra, e infine ti costringe a pensare
Alessio Paolo Misella