1969 siamo a Figueres, il fumo di una sigaretta che danza nell’aria e due menti che si incrociano: da una parte Enric Bernat, l’uomo che aveva capito che il mondo aveva bisogno di un dolce che non sporcasse le mani dei bambini, e dall’altra lui, Salvador Dalí.
Bernat ha un problema, il suo “Chupa Chups” va forte ma manca di quell’anima capace di renderlo eterno. Si siede con Dalí e il genio, tra un vezzo e un’occhiata trasversale, non si limita a scarabocchiare un’idea, ma compie un gesto di un’intelligenza commerciale spaventosa.

Mentre sorseggia qualcosa, Dalí prende un foglio e traccia i contorni di una margherita, scegliendo il rosso e il giallo, i colori della sua terra, carichi di una forza visiva che non ammette repliche.
Ma il vero colpo di teatro non è nella forma, bensì nella posizione: “Mettilo sopra, Enric, proprio sulla sommità”. Un’intuizione folgorante.
Capì che il logo non doveva perdersi nelle pieghe laterali della carta, ma doveva guardare in faccia chiunque si avvicinasse al bancone, integro e immediatamente riconoscibile.
In meno di un’ora, senza troppi giri di parole o bozzetti infiniti, l’arte colta di Dalí si era fusa perfettamente con l’oggetto più pop del mercato.

L’essenziale che incontra l’eccentrico: un logo che oggi, dopo oltre cinquant’anni, è ancora lì, identico a se stesso, a dimostrarci che quando il talento è puro non ha bisogno di aggiornamenti, ma solo di un’idea capace di restare impressa nella memoria collettiva come un sogno lucido
Alessio Paolo Musella